Black Panther, trionfo afrofuturistico per il primo supereroe nero della Marvel

Dopo Wonder Woman, prima donna protagonista di un cinecomic Dc, Hollywood ha finalmente infranto un altro muro con Black Panther, primo cinecomic Marvel con protagonista un supereroe di colore. In attesa di un supereroe dichiaratamente omosessuale, che potrebbe presto fare la sua comparsa tra gli X-Men della Fox, in casa Disney hanno affidato il fumetto più ‘afro’ della ricchissima scuderia Marvel a Ryan Coogler, 31enne apprezzato regista di Prossima fermata Fruitvale Station e Creed. Al fianco del californiano Ryan il 41enne Chadwick Boseman, già visto in Captain America: Civil War, il muscoloso Michael. B. Jordan, attore feticcio del regista, il premio Oscar Lupita Nyongo’o, Angela Bassett, il premio Oscar Forest Whitaker, il lanciatissimo Sterling K. Brown e l’iconica Danai Gurira, già Michonne nella serie tv The Walking Dead. Segni particolari? Sono tutti attori neri.

Una realtà affatto trascurabile, in una Hollywood solo due anni fa travolta dall’ondata di polemiche ‘Oscar So White’ che costrinse l’Academy ad ampliare la platea di giurati alla comunità black, ma sarebbe indubbiamente limitante soffermarsi solo su questa epocale ‘prima volta’. Perché Black Panther è uno dei migliori cinecomic ‘introduttivi’ degli ultimi 10 anni. Il tecnologicamente avanzato Wakanda, regno africano governato con saggezza da T’Challa, è un piacere per lo spettatore che osserva ammirato le sue lande futuristiche, grazie a quel vibranio che l’ha segretamente arricchito agli occhi del mondo.

T’Challa, incoronato Re dopo la morte dell’anziano padre deceduto a causa di un attentato terroristico, si ritrova a dover combattere un inedito e giovane nemico, che metterà alla prova sia il suo ruolo da sovrano quanto la sua identità di Black Panther. A rischio non c’è solo la sicurezza di Wakanda e il suo popolo, ma il destino del Pianeta.

Nato nel 1966 dalle geniali menti di Stan Lee e Jack Kirby, e già nel 1992 in procinto di sbarcare al cinema con Wesley Snipes protagonista, Black Panther ha abbattuto confini razziali e culturali, diventando nel corso dei decenni un’icona della comunità black a stelle e strisce. Il suo tanto atteso adattamento cinematografico ha la forza, l’audacia e il tempismo per colpire nel segno, ribadendo la capacità Marvel nel produrre cinecomic qualitativamente alti, sempre in bilico tra spettacolarità e sottotesto politico, sfrenato divertimento e commistione di generi. Un mondo, quello di Black Panther, ancora oggi frenato dalla discrinimazione nei confronti di chi è ‘diverso’, segnato dalla globalizzazione e dallo sfruttamento perpetrato ai danni dei ricchi Paesi africani, privati delle proprie ricchezze e lasciati ai margini della crescita economica.

Coogler, che vola alto nel puro intrattenimento visivo wakandiano, semina verità e quesiti tutt’altro che superficiali, alternandole con intelligenza a scene di puro action condite da efficaci effetti speciali e da scenografie/look che prendono a piene mani dalla cultura e dalle usanze del Continente antico. Un mix tra futuristiche tecnologie all’avanguardia e tradizione africana che omaggia l’afrofuturismo anni ’70 seducendo e incuriosendo, mentre la spy story montata ad arte oscilla tra personaggi alla James Bond (Shuri, ovvero Letitia Wright) e villain volutamente fuori di testa (Ulysses Klaue, ovvero Andy Serkis). Astronavi, macchinari rigeneranti, guide a distanza tramite realtà virtuale, giganteschi e bellici rinoceronti e armi polverizzanti caratterizzano l’aspetto puramente scenografico dell’intera operazione, che guarda ad un presente in cui i più grandi Paesi della Terra lottano tra di loro per guadagnare vantaggi e ricchezze ai danni dei più poveri.

Ha una coscienza politca, il re T’Challa interpretato da Boseman, dopo secoli di silenzio disposto a condividere con il resto del Pianeta lo straordinario vibranio, a differenza del vendicativo Erik che vorrebbe utilizzare le tecnologie avanzate del Wakanda per reagire ai soprusi razzisti e piegare il mondo intero al dominio del Regno africano. Trainato dalle musiche di Kendrick Lamar, Black Panther va oltre il puro e semplice ‘cinecomic Marvel’, osando strizzare l’occhio alla geopolitica contemporanea. Grande lavoro di scrittura da parte di Coogler nei confronti di Okoye, fidato generale dell’esercito a capo di un corpo speciale tutto al femminile che si occupa della salvaguardia del trono, così come del rancoroso Erik Killmonger, mentre lascia perplessi la caratterizzazione di Ulysses Klaue, gratuitamente eccessiva dal primo all’ultimo minuto in scena.

Lungo (130 minuti) e stravagante, ricco e visivamente appagante, Black Panther pennella donne forti al fianco dell’indiscusso protagonista, ribadendo la centralità data a tutto ciò che viene solitamente considerato ‘minoranza’ ad Hollywood. Dalla regale madre Ramonda (Angela Bassett) alla sorellina inventrice Shuri (Letitia Wright), passando per la valorosa protettrice-guerriera Okoye (Danai Gurira) e la rivoluzionaria Nakia (Lupita Nyong’o). Un cinefumetto che allarga ulteriormente l’infinita squadra di personaggi da spolpare, in casa Disney, in attesa di quella Captain Marvel che nel marzo del 2019 vedrà anche le donne conquistare assoluta centralità all’interno di un blockbuster supereroistico.

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Giornalista pubblicista, cinefilo da sempre, per 12 anni tra i redattori di Cineblog.it e da quasi 3 lustri presenza fissa sul web. Ora tra i redattori di Altro Spettacolo.

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