Chiamami col tuo nome, l’ineludibile tradimento del doppiaggio

Non è colpa di nessuno. Una volta tanto lo si può dire non per mero riflesso democristiano, ma perché alle volte davvero non ha senso trovare il capro espiatorio pur essendo di base versati nella pratica del cercarlo. Chiamami col tuo nome, vada come vada, si è già portato a casa quattro nomination ai prossimi Oscar, dopo le tre ai Golden Globe; all’attivo pure un riconoscimento che non sarà ufficiale, ma fa curriculum tanto quanto, ossia l’endorsement di Paul Thomas Anderson.

Chi scrive il film l’aveva già visto un anno fa circa a Berlino, quando qualcosina era filtrata dal Sundance, sebbene non fosse così immediato immaginare il fenomeno che poi è diventato (a tal proposito, conosco almeno una persona che, al contrario, aveva previsto quanto sarebbe accaduto successivamente già allora). Anteprima stampa, decido di esserci, un po’ perché non sono un fan del film e volevo capire se una seconda visione smentisse o confermasse certe impressioni, principalmente quello; un po’ perché… niente, solo per quello.

Sta di fatto che l’occasione si è rivelata propizia per fare qualcosa che diversamente non avrei mai fatto, ossia vedere il film doppiato in italiano. Non mi si è certo aperto un mondo, solo qualche spiffero, quanto basta per buttare giù due righe e tornare ad interrogarsi su una questione annosa, sulle cui implicazioni stavolta, come anticipato in apertura, non è facile glissare così impunemente. Nossignore, nemmeno a fronte del lavoro di doppiaggio più certosino, perfetto e puntuale si poteva evitare una debacle del genere, un traviamento così profondo.

Sto esagerando, è chiaro, ma davvero l’ultimo film di Guadagnino porta la diatriba tra puristi della lingua originale a tutti i costi e comodisti del doppiaggio su un altro livello. Per rendersene conto sono indispensabili alcuni accenni alla trama. Chiamami col tuo nome è ambientato in Italia, nelle zone del cremasco; Elio (Timothée Chalamet) è figlio di un americano e di una francese, perciò pressoché madrelingua in entrambe, sebbene per lo più parli inglese; come già detto, il film è ambientato in Italia, Lombardia per l’esattezza, e chiaramente di mezzo c’è pure il nostro bistrattato idioma.

Ora, è proprio quest’ultima fattispecie a complicare esponenzialmente le cose. Di solito si usa la lingua locale in luogo dell’originale, magari lasciando in originale una seconda lingua che interviene in maniera meno invasiva. Il processo è semplice, quasi automatico: salvo quei casi in cui è immediato stabilire quale “parlato” sostituire col doppiaggio, laddove la faccenda è più incerta si cerca di individuare la prospettiva, rivolgersi insomma ad altre componenti, magari afferenti alla trama o comunque ad una fattispecie avulsa dalla lingua, che da sola può non essere sufficiente – mi viene da pensare a Frantic di Polanski, analogamente “vittima” di un processo del genere.

Nel caso di Chiamami col tuo nome il problema è sostanziale, e quelle che si perdono in fase di transizione non sono semplici sfumature. Adesso tocca sfiorare lo spoiler, anche se prometto di essere gentile e andarci piano. In uno dei passaggi più significativi, intrisi di quella verità che effettivamente il film a tratti manifesta in modo evidente, vi è il padre di Elio (Michael Stuhlbarg) che si produce di un monologo determinante. Preso a sé stante sarebbe giusto buono a quelle clip che, con tante buone intenzioni, si pubblicano sui social (come di fatto avverrà), pappetta riscaldata ad uso e consumo di chi vuole stare dalla parte del giusto sempre e comunque, mentre questa singola, solida scena è stata costruita silenziosamente lungo il corso dell’intero film.

Scrivere «silenziosamente», lo ammetto, sembra beffardo nell’ambito di un discorso come quello che stiamo portando avanti, ma il punto è che la portata di quei pochi minuti assumono consistenza a fronte di piccole cose, microscopiche, come un cenno della testa, uno sguardo, un’inquadratura che indugia appena qualche istante in più su qualcosa, elementi quasi impercettibili insomma. Succede però che uno degli aspetti pregnanti, oserei dire fondamentali, sta in una cosa che avremmo dovuto avere lì davanti agli occhi e che invece il doppiaggio in italiano non potrà mai e poi mai restituirci: l’estraneità.

Un conto è infatti collegare quei luoghi così ariosi, quella campagna brulla, le insegne, quelle particolari luci estive, siano esse diurne o notturne con quella patina nostalgica alla fotografia, a persone che si trovano lì da stranieri, ossia appunto estranei al contesto; altro è immergerli in quegli spazi dotandoli al contempo di quella facoltà che più e meglio di tutte avrebbe dovuto sradicarli, ovvero la lingua. Sentire Oliver ed Elio parlare in italiano, così come i genitori di quest’ultimo (ma ci torniamo dopo), è mortificante per l’atmosfera, oso dire finanche per il rapporto che s’instaura tra i due, non più alieni che si ritrovano in un pianeta che non è il loro, bensì calati in un contesto pericolosamente familiare.

A venire meno tuttavia non è solo la poetica, quantunque a tratti il risultato generi un discreto fastidio, tanto è svilente; no, a rivelarci la manomissione è proprio quel monologo di cui sopra, il padre di Elio che di primo acchito sembra impartire una lezione al figlio. Da dove vengono quelle parole? Le parole, banalmente, sono parole e basta, ed in quel caso non si prestano per essere apprezzate quanto al loro suono, in fondo nemmeno per il loro significato immediato, senz’altro corroborante per l’indole contemporanea, ma che preso a mo’ di ritaglio non va oltre la pubblicità progresso.

E si torna all’estraneità summenzionata. Il padre di Elio è un professore che fa l’archeologo, o viceversa; sua moglie non si sa bene di cosa si occupi, non viene mai chiarito, ma dal modo in cui parlano, le amicizie di cui si circondano, la disinvoltura con cui entro quelle mura avviene lo switch tra francese e inglese… insomma, tutto ciò ci dice molto del milieu culturale entro il quale è cresciuto Elio. Perdendolo non possiamo nemmeno capire la sofferenza del ragazzo, che è sì universale, perciò facile a relazionarvisi, ma al tempo stesso declinata in un modo che rischia irrimediabilmente di sfuggirci, a tutto svantaggio nostro, in quanto spettatori, e a detrimento del lavoro che è stato fatto da Guadagnino e soci.

Senza la lingua originale, secondo la descrizione sommaria delle dinamiche di cui sopra, si sarebbe per esempio portati a credere, specie dalle nostre parti, che vi sia qualcosa di essenzialmente moralistico nelle riserve del giovane protagonista; che lì, tra i suoi dubbi, le sue lacrime ed i suoi tentennamenti, si annidi il solito, sempreverde senso di colpa™ (per lo più di matrice cattolica, ça va sans dire), mentre invece non si potrebbe essere più fuori strada di così.

Chi ha visto il film in lingua originale non dubita per un secondo che alla fine, in un modo o nell’altro, quel discorso il padre di Elio lo farà, o che, qualora non lo facesse, sarebbe comunque ciò che pensa esattamente. Dopo quasi due ore d’italiano, quelle parole sembrano quasi liberatorie, come se si trattasse di un becero assenso da parte del genitore, mentre invece è pura empatia, come se a parlare fosse un amico adulto che, anziché volere insegnare, si sta semmai confidando. Quelle parole, così autentiche, come già evidenziato, pretendono di essere sorrette dal castello che a ragion veduta Guadagnino costruisce mattone dopo mattone nel corso del film, senonché solo a quel punto ci rendiamo conto dell’edificio.

Diversamente suonerebbe poco verosimile che nei primi anni ’80, in un paesino del Nord Italia in cui in certe cascine troviamo la foto del Duce, le ragazzine italiane s’invaghiscono dello straniero di turno con battutine annesse, mentre la francesina, ben più disinibita, capisce senza mai toccare l’argomento; ebbene, in questa Italia così reale, coi Beppe Grillo in TV a sfottere Craxi, gli ex-sessantottini seduti a un tavolo a deplorare Craxi, che un padre e un figlio parlino a quel modo di certe cose non è ammissibile, salvo non voler fantasticare, vaneggiare quasi. Perché sì, sappiamo che i due non sono italiani, non solo d’origine ma soprattutto di cultura, solo che il loro essere un tutt’uno con quel posto, così integrati, in ultima istanza addirittura nella lingua che parlano, è fuorviante, condizioni che esigono una sospensione d’incredulità capace di richiedere uno sforzo immane, per alcuni ritengo addirittura quasi improponibile (e mi riferisco per esempio a chi di film magari ne vede meno e tutti doppiati).

Siamo alla versione 2.0 della diatriba tra doppiaggio sì/doppiaggio no, ad un livello che ci obbliga una volta tanto a dover propendere per una parte ed una soltanto, mettendo implicitamente in discussione finanche lo statuto di realtà rispetto all’uso della lingua in relazione a un determinato testo, temi che lascio volentieri ai filologi o chi per loro. Chiamami col tuo nome riporta una storia che, coinvolga o meno, obbliga lo spettatore a fare uno sforzo, a vivere sulla propria pelle le profonde differenze che intercorrono tra luoghi e persone della e nella narrazione; un gioco su cui sta o cade il destino di un’opera, che ha da essere recepita secondo gli schemi ed i meccanismi su cui Guadagnino lavora molto bene, inserendo lì, in quelle pieghe appena percettibili, tutto il senso e la verosimiglianza di una storia che non ammette forzature o interventi esterni d’alcun tipo, figurarsi la manomissione del parlato. Come se ne esce? Non lo so.

6 Commenti

  1. Anche se ora in Italia se ne parla come se fosse il nuovo Capolavorone, accecati dal patriottismo più becero, stiamo parlando di un film mediocre fatto da un regista che finora ha diretto solo letame che ha incassato poco o niente, perfino A Bigger Splash con una Dakota Johnson fresca di 50 Sfumature ha incassato una miseria.
    E’ normale, ed anche giusto, che riceva un doppiaggio raffazzonato e Low Cost.

    • Il doppiaggio non è «raffazzonato e low cost», al contrario. Qui si discute sul fatto che sia proponibile o meno qualunque forma di doppiaggio, a prescindere dalla qualità, rispetto a determinati film. “Chiamami col tuo nome”, nello specifico, solleva qualche forte dubbio.

  2. Al di là del giudizio sul film, il doppiaggio è sempre sbagliato, in Italia lo capiremo mai??? Battaglia persa…almeno grazie ad Internet è possibile salvarsi da queste brutture.

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