Critica sul web: appunti e diagnosi in breve – dai forum ai social

Su YouTube, ma credo anche altrove, nei giorni scorsi ha tenuto banco una discussione inerente a disinformazione e dintorni rispetto a chi fa critica. Nel caso specifico si parla di videogiochi (anzi, videogiocO, Kingdom Come Deliverance) e ci si scaglia, nel bene o nel male, contro un canale (Quei due sul server).

La diatriba in sé non m’appassiona, lo ammetto, perciò non entro nel merito. Ciò che mi pare più interessante è che si stia mettendo in discussione lo statuto di credibilità, un passaggio ineludibile anche nell’ambito della cosiddetta critica videoludica – “cosiddetta” perché in realtà si tratta di qualcosa che non è stato ancora davvero sdoganato e perciò istituzionalizzato, non per altro.

È interessante, dicevo, che un passaggio del genere arrivi in un momento così delicato, tra fake news e quant’altro, in un’epoca che sta creando troppi grattacapi a tanti, con la rete che oramai insidia tutto e tutti. Le reazioni indicano però sempre la stessa cosa, ovvero quel malessere nel portare avanti un discorso che su internet sembra sempre meno possibile.

DAI FORUM AI SOCIAL

Chi o cosa stabilisce chi sia credibile o meno? «Gli organi competenti», dicevano ieri; «i lettori/spettatori», dicono oggi; «titoli e riconoscimenti», dicevano ieri ma pure oggi. C’è stato un periodo, ed è stata l’infanzia, in cui il forum rappresentava una piattaforma nell’ambito della quale fu possibile realizzare quasi a pieno il potenziale dell’utopia democratica in rete: lì si partiva davvero tutti dallo stesso punto e per emergere non dovevi fare rumore, sgomitare o spararla grossa, semplicemente ragionare.

Era il «luogo di tutti» per eccellenza, e nessuno aveva dubbi a tal proposito; era di tutti proprio perché non era di nessuno. Voglio dire, anche chi apriva i cosiddetti topic/thread non aveva alcun diritto di proprietà da accampare su di essi: una volta visibile, dunque pubblico, era in mano alla comunità, o per meglio dire, ad ogni suo singolo componente, che lo plasmava attraverso il proprio contributo sebbene non a proprio piacimento.

I social, di qualunque tipo, hanno abbattuto un muro, portando uno squilibrio al quale dubito sia possibile rimediare. Qualunque cosa venga riportata è pubblica quanto a visibilità, non più rispetto all’utente, che ha messo radici e fissa dimora, ed al quale si è imposto di non muoversi oltre i confini della sua proprietà. Da qui in avanti, se si vuole interagire con qualcuno, ci si deve sistematicamente prendere la briga di “sconfinare”, di andare letteralmente a trovare quella persona intrufolandosi nel suo domicilio.

Si capisce bene che una dinamica di questo tipo, anche in considerazione del fatto che è imposta, fa carta straccia di quel tacito patto per cui la nostra è una discussione inter pares. Come direbbero i giuristi, rende nullo quel contratto in virtù della semplice constatazione che non vi è più una piazza verso la quale convergere, bensì tanti appartamenti, più o meno piccoli, più o meno accoglienti, all’interno dei quali è possibile parlare. Fuori è silenzio.

Essendo peraltro la rete il non-luogo per eccellenza, non è nemmeno possibile immaginarsi una piazza vuota o anche bazzicata ma silenziosa: il commentatore, semplicemente, non esiste se non all’interno di una dimora, la propria o quella di qualcun altro. È grottesco, me ne rendo conto, ma immaginate che, una volta usciti da casa, scompariate: a quel punto, posti in un etere di cui nessuno sa, voi compresi, o decidete di ricomparire dentro un’altra abitazione, oppure continuerete a non esistere.

Ora, al di là di qualsivoglia figura retorica, tale dinamica esiste ed è determinante, proprio perché determina degli scompensi sostanziali. Dicevamo poco sopra circa il patto che viene meno. Ebbene, per quanto ci s’impegni, per quanta buona volontà si dimostri, non vi è modo di riequilibrare un rapporto che, per esempio, vede me padrone della pagina/account (su Facebook così come su Twitter o YouTube) e colui/colei che si prende il disturbo di entrare senza bussare ed intervenire quale ospite, talvolta persino indesiderato. Questa forma d’interazione “diretta” sgretola quella barriera su cui si fonda(va) quell’aura di credibilità che oggi rappresenta la vera chimera dei nuovi processi di confronto tramite social.

Non è ancora autorità, nel senso che, di per sé, lo scrivere in un determinato posto anziché in un altro non comporta automaticamente alcun riconoscimento: in tal senso già i forum inflissero un duro colpo agli organi ufficiali, per così dire, dato che chiunque poteva intervenire senza che tale opportunità gli/le venisse concessa, insomma senza chiedere a qualcuno il permesso di condividere il proprio pensiero. Ma fu un cambiamento per certi versi giusto, una fattispecie di democrazia realizzata anche e soprattutto in ragione del fatto che la stragrande maggioranza era in qualche modo consapevole della portata di questa possibilità, rispetto alla quale perciò si rapportava con maggiore responsabilità, consci che davvero non valesse la pena mandare tutto in vacca. Insomma, forse non si è trattato di un processo così meditato, conscio, nondimeno la quasi totalità delle persone era naturalmente portata ad un utilizzo, se non serio, comunque appropriato.

Tutto ciò ha reso i forum un mezzo estremamente utile, per tanti formativo, anche perché meccaniche come quelle sin qui schematicamente descritte, alzavano il tasso di competitività, perciò si era sempre spronati a “fare meglio”, senza avvertire necessariamente quel senso d’agonismo che in certi ambienti è più deleterio che altro. Non erano tutte rose e fiori, né sarebbe potuto essere così, ma l’orizzontalità di piattaforme del genere consentiva di assistere a discussioni che oggi, in un ambito così smodatamente verticale come i social, rappresentano più l’eccezione alla regola.

IL CONFRONTO COME VETRINA

Cosa c’entra la critica in tutto questo? In pratica tutto. Un tempo si pensava che mouse, tastiera, monitor ed una linea internet fossero tutto ciò di cui aveva bisogno l’arrogante 2.0 nel proprio starter pack; solo negli ultimi anni abbiamo dovuto prendere atto che al tipo in questione mancava una cosa, la più importante: un pulpito. Il grado di alienazione di questa nostra epoca è tale per cui il soggetto in questione non avverte la necessità di una piazza, bastandogli appunto questo arronzato piedistallo, talvolta senza nemmeno un microfono. La sola idea di salirci sopra e poter dire/scrivere quel che gli pare è così corroborante da intorpidire il buon senso, o forse proprio i sensi, tutti. Come una droga, infatti, anche questo processo tende a distrarci dall’ambiente circostante, dandoci l’illusione che non vi siano limiti, problemi, contrarietà: siamo lì, invaghiti del nostro stesso vagheggiare sotto forma di testi più o meno articolati, e tutto il resto non esiste. Non chi ci legge/ascolta, non il merito dei contenuti che stiamo veicolando. Niente.

Da qui l’inammissibilità del confronto, che non di rado è anche scontro, anzi è ancora più necessario nella misura in cui s’incarna appunto nella contrapposizione. Se non fosse che, per i motivi di cui sopra ed altri ancora, non v’è possibilità di cogliere in questo passaggio un momento essenziale, dal valore inestimabile, proprio perché si è talmente assorbiti da sé stessi e dalle proprie opinioni (non convinzioni, quest’ultime sono infatti nobili), da registrare ogni forza anche solo timidamente contraria come un attacco. Violento per giunta, perché la violenza è oramai la vera cifra del relazionarsi gli uni gli altri su internet.

Ritengo che i social in tutto ciò abbiano giocato un ruolo fondamentale, esasperando degli atteggiamenti che in qualche misura venivano manifestati già nel periodo immediatamente precedente, tra blog e forum, ma che al tempo stesso la struttura di quelle piattaforme, e dunque le dinamiche sottese al loro funzionamento, in qualche modo arginavano. Ora è pressoché impossibile, o comunque estremamente arduo rapportarsi ad un altro utente (etichetta che mai come adesso sta stretta perché tutti si vuole essere “persone” pure sulla rete, anzi, lo si pretende a prescindere) senza tenere conto a priori di queste premesse malate.

La logica del «mi piace», del «retweet» e via discorrendo ha impoverito all’inverosimile la qualità del confronto, a tal punto da snaturarlo, pervertirlo, in altre parole trasformandolo in qualcosa che nulla ha più a che vedere con quel concetto. La discussione, ciascuna discussione, è diventata vetrina, anche laddove contempla la possibilità del botta e risposta, che è a sua volta uno sfoggio non per dialogare o ragionare bensì per mostrarsi più (scegliete voi l’aggettivo) degli altri. Tante volte, addirittura, questo momento viene del tutto obliterato, laddove il padrone di casa, il già menzionato proprietario della pagina/account, interagisce paradossalmente attraverso la mancata risposta, come se rispondere significasse in qualche modo legittimare l’interlocutore. E si badi bene, non importa che la persona in questione mostri indifferenza volutamente o meno, che insomma non intervenga per rispondere a quel determinato commento al fine di lanciare un messaggio o semplicemente perché non ha tempo o voglia: in quanto padrone di casa sarebbe tenuto a farlo, malgrado spesso non sia materialmente possibile. È l’onere che ricade su di lui in virtù degli obblighi impostigli dall’ospitalità che deve rispettare nei riguardi di chi è venuto a trovarlo.

PROCESSI INVERSI AL PASSAGGIO DI PIATTAFORME

Qualcuno penserà che si stia esagerando, che in fondo concetti come ospitalità e buona educazione si pongano un po’ come delle forzature rispetto a quelli che a ragion veduta abbiamo definito non-luoghi. Sarei disposto ad accogliere un’obiezione di questo tipo qualora a servirsi di questi mezzi non fossero delle persone; allora sì, si tratterebbe di mera etichetta, di logiche superflue insomma. Al contrario, se intangibili, “inesistenti” sono questi non-luoghi e dunque queste non-dinamiche, tali non sono coloro che vi si sottopongono, tra l’altro dando a tutto ciò consistenza. L’elemento umano è e rimane inscindibile e va costantemente considerato. Tanti, ben più competenti e titolati del sottoscritto, si soffermano da tempo sulle nuove patologie derivanti dall’uso/abuso di social e affini; questo significa che, qualora ci fosse bisogno di un’ulteriore conferma, sì, processi invisibili ed apparentemente innocui hanno delle ripercussioni, nient’affatto innocue, anzi. Alla luce di quanto sin qui evidenziato, appare dunque inammissibile la sola idea che una critica possa esistere, che tale pratica possa essere svolta e successivamente accettata nell’ambito della cornice attuale.

Si è affermato un principio pericoloso, terribile, ossia che tutte le opinioni sono uguali; e il bello è che i primi ad accorgersi dell’assurdità di tale tesi siano gli stessi che per anni hanno magnificato questa forma degenere di uguaglianza. Chi infatti ha bazzicato forum e affini anni addietro, sa il resto della storia: si partiva tutti dallo stesso punto, semmai con differenze minime e comunque colmabili, senonché però poi stava al singolo utente “imporsi” nell’accezione più elevata del termine, ossia a suon di ragionamenti ben argomentati ed una certa coerenza nel non cambiare necessariamente idea ad ogni rumore di vento.

Col tempo, inevitabilmente e viva Dio, emergevano le differenze: la nostra parola diventava più o meno affidabile rispetto a quella di qualcun altro perché avevamo dimostrato di avere a cuore l’argomento, che davvero ce ne importasse, anche a costo di mettere un po’ da parte noi stessi ed il nostro orgoglio. Oggi partiamo diversi, su piani che non si vedono nemmeno, figuriamoci sfiorarsi, e data l’impossibilità di ribaltare questo stato di cose per via di ragioni strutturali ai non-luoghi in cui si svolge la discussione, finiamo con l’essere tutti uguali. Insomma, il processo inverso, che ha un nome e non è né uguaglianza né democrazia, bensì appiattimento.

2 Commenti

  1. È certamente un contributo modesto, il mio, ma credo che questo argomento vada affrontato tenendo ben presente la “tribalità” dei social network e gli effetti psicologici/sociali legati a questa caratteristica. Come viene percepito il fatto di appartenere ad una community il cui primo e più basilare punto di convergenza consiste nella scelta comune di una stessa piattaforma?

    Viene percepito in modo positivo poiché funzionalmente si è tutti sullo stesso piano, con possibilità e limiti espressivi del tutto analoghi. Poco importa che poi la piattaforma si riveli una bilancia per opinioni dal peso evidentemente diverso: nessuno ti impedisce di starci, quindi in questo senso ti vedi livellato rispetto agli altri.

    E ancora, come viene percepito il fatto che una community/tribù includa degli strumenti di validazione delle opinioni? Anche qui il responso è positivo, perché tali strumenti alimentano vari tipi di gioco sociale: avvalorare il pensiero di utenti ideologicamente affini o screditare quello dei non affini, contribuire a creare sottogruppi all’interno della tribù, gettarne nel caos le dinamiche o porsi a guardia delle stesse, ecc.

    Un social network, dunque, non è altro che un contesto nel quale gli aspetti più elementari dell’interazione tra utenti (come appunto il senso di appartenenza comune e la dimensione ludica) esistono in uno stato di blanda o addirittura inesistente normazione. Il substrato umano è caotico e indistinto al pari dei contenuti; le soglie di legittimazione, se esistono, sono impalpabili.

    Quindi non parlerei di assenza di pulpiti, tutto il contrario. Non solo ognuno è convinto di possedere il proprio (per effetto dell’attenzione che queste piattaforme pongono sull’identità virtuale degli individui), ma lo ritiene un diritto acquisito ed inattaccabile, nonché buono indipendentemente dalla condizione in cui si presenta.

  2. È certamente un contributo modesto, il mio, ma credo che questo argomento vada affrontato tenendo ben presente la “tribalità” dei social network e gli effetti psicologici/sociali legati a questa caratteristica. Come viene percepito il fatto di appartenere ad una community il cui primo e più basilare punto di convergenza consiste nella scelta comune di una stessa piattaforma?

    Viene percepito in modo positivo poiché funzionalmente si è tutti sullo stesso piano, con possibilità e limiti espressivi del tutto analoghi. Poco importa che poi la piattaforma si riveli una bilancia per opinioni dal peso evidentemente diverso: nessuno ti impedisce di starci, quindi in questo senso ti vedi livellato rispetto agli altri.

    E ancora, come viene percepito il fatto che una community/tribù includa degli strumenti di validazione delle opinioni? Anche qui il responso è positivo, perché tali strumenti alimentano vari tipi di gioco sociale: avvalorare il pensiero di utenti ideologicamente affini o screditare quello dei non affini, contribuire a creare sottogruppi all’interno della tribù, gettarne nel caos le dinamiche o porsi a guardia delle stesse, ecc.

    Un social network, dunque, non è altro che un contesto nel quale gli aspetti più elementari dell’interazione tra utenti (come appunto il senso di appartenenza comune e la dimensione ludica) esistono in uno stato di blanda o addirittura inesistente normazione. Il substrato umano è caotico e indistinto al pari dei contenuti; le soglie di legittimazione, se esistono, sono impalpabili.

    Quindi non parlerei di assenza di pulpiti, tutto il contrario. Non solo ognuno è convinto di possedere il proprio (per effetto dell’attenzione che queste piattaforme pongono sull’identità virtuale degli individui), ma lo ritiene un diritto acquisito ed inattaccabile, nonché buono indipendentemente dalla condizione in cui si presenta.

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