Jamil ad AltroSpettacolo: “il mercato hip-hop è omologato, e saturo di ragazzi che prendono la via più facile”

Jamil, classe 1991 come fieramente mostrato con il tatuaggio sul petto, è uno dei nomi più chiacchierati nella scena hip hop Italiana. Il nome dell’artista veronese, per gli ascoltatori casuali, è legato a vari dissing con altri rapper, ma chi negli ultimi cinque anni ha ascoltato la sua musica, ha trovato un musicista che cura molto le produzioni, il lato visuale dei videoclip, ed i contenuti.
E’ uscito da pochi giorni Most Hated, il nuovo disco, con un titolo che parla da solo: Jamil non ha peli sulla lingua, neanche in questa intervista, e vuole che la sua visione del mondo (e della scena italiana) emerga chiara con la sua musica.

La title-track, Most Hated, è una descrizione impietosa -ma anche molto realistica, per come la metti tu- della scena italiana. Ma c’è anche qualcosa di buono, in questa scena?
“IO!
Ok, sto scherzando, non sono l’unica cosa buona, ci sono anche altri artisti validi, ma non sono quelli di cui i giornali parlano, quindi sembrano invisibili. Vedo il mercato italiano saturo e omologato, quindi un disco come il mio si distacca da quel che riempie le pagine instagram sul rap e tutte queste cose legate alla visibilità.”

Pensi quindi che l’immagine conti più dei contenuti, per far parlare di sè?
“In questo momento sì, è tutta apparenza. Guardiamo i tatuaggi: un tempo si partiva a tatuarsi il corpo, le parti nascoste, e quando terminavi tutta la superficie, rimanevano mani, collo e faccia per mostrare il tuo apprezzamento per l’arte del tatuaggio. Oggi i ragazzi prendono la via più facile, partono proprio da mani, collo e faccia per mettersi in mostra, senza interesse per il contenuto. L’autotune è la via più facile per cantare, tatuarsi in faccia è il modo più facile per sembrare tutti tatuati, e così via. Essere artista non è più una cosa speciale.
Ti dico che se oggi prendessi te, anche se non ti ho mai visto, ti facessi un tatuaggio in faccia, ti taggassi un paio di volte nelle mie storie su Instagram, ti portassi in studio con l’autotune e aggiustassi tutto con il mio produttore, avremmo un bel singolo.”

Tu hai 27 anni, e premetto che concordo con te su tutto quel che hai detto fino ad ora, ma al contempo non pensi che, alle orecchie di qualcuno, questi possano sembrare “discorsi da vecchio”, nei quali si parla di quanto fosse meglio la scena “ai vecchi tempi”, che si faceva la gavetta, le cose te le guadagnavi…? Il mondo però sembra girare così, non penso che possa cambiare.
“I ragazzini si fidano di quel che dicono i giornali, le pagine, le persone che contano. Se tutte queste persone influenti si mettessero una mano alla coscienza e iniziassero solo a parlare degli artisti che meritano, probabilmente le cose tornerebbero com’erano prima.
Prima ancora, si potrebbe almeno parlare di qualcosa di vario, perchè al momento sembra tutto uguale, e sarebbe meglio se pagine come Noisey, Hano, gli YouTuber, mostrassero a chi è più giovane che c’è una grande scelta di qualità, la fuori. Invece parlano sempre di chi è già famoso, e magari ha meno talento di molti altri. Io la vedo come una mafia di merda, il rap italiano, l’ho capito da quando avevo 17 anni, ed è per questo che sono considerato “il più odiato”, perchè non ho voglia di fare l’amico di tutti questi giornalisti o di uscire con certi artisti. Nel disco c’è un featuring con J.Ax, abbiamo lavorato bene, ma una volta finito il lavoro, non ci sono andato a cena solo per scattarmi delle foto da mostrare al mondo. Ho i miei singoli, la mia carriera, i miei amici, proseguo per la mia strada – un altro probabilmente vivrebbe a casa di J.Ax a questo punto, pur di farsi vedere!”

Certamente il nome di J.Ax è un featuring inaspettato, però: com’è nata questa collaborazione per il pezzo Di Tutti I Colori?
“Durante una intervista mi hanno chiesto con chi avrei voluto collaborare nella mia vita, e ho fatto il nome di J.Ax perchè lo vedevo come il top, fra quelli con i quali non avevo lavorato. Ax ha visto l’intervista e si è fatto avanti con un video su instagram, accettando la collaborazione. Ci siamo beccati in studio per fare il brano, è stata una cosa nata per caso. Altri, invece, sono più bravi nelle Pubbliche Relazioni, sanno come muoversi con i contatti, sanno trasferirsi a Milano, sanno fare le serate giuste… è questo quello che mi frega, il fatto che non voglio leccare il culo a nessuno, mi sento più bravo a livello lavorativo. Mi arrangio le canzoni, mi trovo le location per i video e li monto da solo, mentre gli altri sono più bravi a farsi le foto che contano.”

La cosa interessante per i featuring di Most Hated, è che sono tutti perfettamente integrati con quel che canti tu, non sono barre messe a caso partendo solo dal titolo… come hai convinto gli ospiti a mettersi a scrivere qualcosa di appropriato?
“Sono contento che hai notato questa cosa, perchè per ogni featuring ho voluto il testo giusto e la persona giusta. Con Vacca ho in comune il fatto che non abbiamo la patente, giriamo in taxi, e quindi quel pezzo era perfetto per noi due. Laioung è un vero “animale” fin dal nome, quindi l’ho contattato per qualcosa che parlasse di animali. A J.Ax ho proposto tre pezzi e lui ha scelto Di Tutti I Colori, perchè conteneva il tema che più lo interessava come contenuto, e partendo dal mio testo, lui ha scritto la sua parte.

Non parlando marocchino, devo chiedere a te di cosa canta Lbenji nel suo pezzo in Come La Francia.
“Cercavo qualcuno che volesse parlare dello stile hiphop francese, al quale mi ispiro molto. In Marocco l’influenza francese si sente molto, i ragazzi per strada sono ispirati da questo stile, con tute da calcio e scarpe da ginnastica, e grazie al mio amico Nabil della Baida Army, che è marocchino e ha qualche contatto, siamo riusciti ad agganciare Lbenji, che in patria tira molto e ha un atteggiamento come il mio verso la scena, con molti dissing in ballo. Siamo anche riusciti a cantare il ritornello insieme, con lui che canta “Come La Francia” in Italiano.”

Non voglio parlare ancora di featuring, perchè non voglio portare via l’attenzione dal lavoro che hai fatto da solo sui tuoi pezzi. Mi piace molto, personalmente, KO, percè accanto ad un immaginario di pugni e violenza su un ring, associ un messaggio propositivo, altruista.
“La mia chiave di lettura del disco, è quella di dare qualche consiglio da “fratello maggiore” a chi mi ascolta. Posso spiegarlo con un esempio: se chiedi un motorino a tuo padre, ti dice di no, mentre tuo fratello maggiore ti dà il casco e dice di andare piano. Non sono consigli di chi crede di sapere tutto, ma sono esperienze da parte di chi certe cose le ha vissute. In Trap Baida dico che se vogliamo legalizzare la marjuana non serve urlare contro la polizia, ma dobbiamo andare a votare. Sono consigli per chi fa una vita di strada, sperando che arrivino.”

Con i tuoi dischi vorresti creare qualcosa che dura nel tempo, ma ti piacerebbe che, ascoltando Trap Baida o anche Di Tutti i Colori fra quindici anni, i temi fossero superati, perchè si sarà andati oltre la legalizzazione ed il razzismo?
“Se la metti così, spero che siano datate, che sembri incredibile per i giovani del futuro, che si cantasse di cose del genere.
A livello personale di sicuro le mie tematiche sono cambiate già rispetto al primo disco, “King Del Bong” e “Scarpe da Pusher” le considero solo hit, ma ora voglio fare rap vero, rappresentare una cerchia di persone, scrivere un messaggio che conti e che rimanga nel tempo.”

Tutto il tuo disco è disponibile legalmente su YouTube – come mai questa scelta, con la quale ricavare soldi è probabilmente impossibile?
“Il disco l’abbiamo messo ovunque, a partire ovviamente da Spotify, ma mi hanno consigliato di metterlo anche su YouTube per le persone che magari hanno pochi soldi e possono ascoltarlo solo lì. Quel che dico io, è che in un momento come questo, in cui tutti vestono Gucci, tutti mostrano soldi nelle loro storie su Instagram, tutti vogliono fare più soldi, non avere 15 euro per il mio album è un po’ da morto di fame, considerando anche che ne butto fuori uno ogni 2-3 anni. Quindi ok, ascoltalo pure su YouTube, ma se lo compri è meglio…
Poi io sarò sempre per la copia fisica, perchè c’è un bel libretto con tutti i testi, delle grafiche precise, abbiamo fatto un bel lavoro che merita di essere comprato.”

Al di là delle posizioni in classifica e delle vendite, cosa ti renderebbe felice, con Most Hated?
“Sarei felice se le persone che mi hanno seguito fino ad adesso, comprendano il mio viaggio e rimangano con me. Sarei felice se si capisse che non propongo i soliti brani standardizzati e privi di contenuti che in questi mesi vanno in classifica in Italia. La Baida Army è un gruppo di ragazzi di seconda/terza generazione, proponiamo un punto di vista multietnico, che parla a chi vive sulla strada e si veste con tuta e scarpe da ginnastica.”

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