Kim Jong-hyun, vittima innocente del pop coreano

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Kim Jong-hyun è solo l’ultima vittima famosa del sistema economico che gira intorno al pop sudcoreano. Andiamo quindi a parlare del suo assurdo suicidio e del meccanismo perverso che regola lo star system “Made in Seoul”.

Kim Jong-hyun, la fu stella del K-Pop

Kim Jong-hyun è morto ormai da più di due settimane e nessuno, né in Corea del Sud e né tantomeno nel resto del mondo, si è interrogato seriamente sulle cause del malessere di questo ragazzo di soli 27 anni. Una malessere che ha portato Kim Jong-hyun a suicidarsi inalando monossido di carbonio. Si è facilmente (e velocemente) bollata la cosa come “depressione” e lì, tra lacrimoni e lutti vari, tutti si sono lavati la coscienza davanti all’assurda morte di questa star.

Ma non è così che dovrebbero andare le cose. Non è giusto che un ragazzo di soli 27 anni si sia tolto la vita in una camera d’albergo e nessuno abbia voluto denunciare pubblicamente cosa accade nello showbiz sudcoreano da anni. E pur non essendo fan degli SHINee (gruppo in cui militava Kim Jong-hyun), mi sento in dovere di parlare del “fenomeno K-Pop” analizzandone tutti gli aspetti negativi. Perché dietro ognuno di quei ragazzi e quelle ragazze c’è un sistema economico/mediatico crudele ed asettico, che punta solo ad una cosa: i soldi.

La cifre (folli) dello Show Biz sudcoreano

In Corea del Sud l’industria musicale è un business molto, molto serio. Stando a quanto riportato dal blog SeoulSpace, nel 2015 la somma degli introiti delle “cinque grandi sorelle” della musica pop sudcoreana ha superato i 570 milioni di dollari. Se pensate che in Italia, nel 2015, gli introiti generali della vendita di materiale musicale (Fonte FMI) ammontavano a circa 149 milioni di euro e che questi vengono facilmente superati dagli incassi della sola YG Entertainment (una delle case discografiche sudcoreane più potenti), vi sarete già fatti un’idea di quanto è redditizio questo segmento in Corea del Sud. E se provate a pensare che noi italiani siamo 10 milioni in più dei sudcoreani e che il totale di cui sopra si riferisce solo alle vendite di cinque delle case discografiche più importanti, quelle cifre inizieranno a farvi veramente paura.

Ho preso come riferimento il 2015 perché è stato un anno molto importante sia per la musica italiana che quella sudcoreana, con la prima in leggera flessione positiva e la seconda in piena conferma dei grandi risultati degli anni precedenti. Considerate inoltre che parlo solo degli introiti delle case editrici sudcoreane, mentre la classifica della FMI si riferisce agli incassi generali della musica in Italia.

Tra (pochi) bassi e (molti) alti, la musica pop sudcoreana è in mano a colossi quali la già citata YG Entertainment, la SM Entertainment, la JYP Entertainment, la FNC Entertainment e la Starship Entertainment. Escludendo la FNC e la Starship, le restanti tre case discografiche da me nominate hanno interessi che non riguardano solo la musica. La SM Entertainment, prima casa discografica coreana per incassi (nel 2015 ha guadagnato qualcosa come 280 milioni di dollari), è anche un’agenzia di viaggi ed una casa di produzione cinematografica. La YG Entertainment ha una sua linea di abbigliamento e una divisione interamente dedicata ai cosmetici. E considerate che entrambe le etichette organizzano da sole eventi e concerti, sia dentro che fuori la Corea del Sud. Ed ovviamente producono e commerciano da sole i lavori dei rispettivi artisti, selezionati grazie alle talent agency (di proprietà delle major, ovviamente) sparse per tutta la Corea del Sud.

Una casa discografica come mamma

Dato che il mercato musicale sudcoreano genera tanti soldini, è normale che le case discografiche selezionino con cura gli artisti da produrre. E considerato che il sogno di molti adolescenti coreani è quello di essere una K-Pop star, trovare qualcuno di bravo in mezzo a tanti candidati è decisamente facile per i manager. Sarà poi compito delle talent agency trasformare i ragazzi e le ragazze più meritevoli in popstar di successo. Ma questa trasformazione spesso non è indolore.

Una delle prime cose che ho notato quando ho iniziato ad ascoltare un po’ di musica K-Pop è stato l’aspetto fisico di ragazzi e ragazze. I primi sono spesso dei bellocci magri, con un filo leggero di muscoli e senza nessun tipo di pelo, sia esso in faccia o sul corpo. Le ragazze, invece, sono tutte estremamente magre. E con “estremamente” intendo al limite dell’anoressia. E non scherzo.

L’eccessiva “standardizzazione” dei canoni di bellezza preferiti dai sudcoreani si riflette al 100% su artisti ed artiste che, oltre a dover ballare e cantare (decentemente, almeno), devono essere per forza belli e magri. E le case discografiche fanno di tutto affinché i loro ragazzi siano come i sudcoreani li vogliono, investendo su qualsiasi aspetto della vita delle giovani popstar. Ma di questo ne parleremo dopo, perché non sempre è andata così.

Singolare fu appunto il caso di Shindong dei Super Junior, membro di una delle band più famose della SM Entertainment: visibilmente sovrappeso, ai tempi (parliamo del 2005) Shindong fu visto come una “mosca bianca” all’interno del panorama musicale sudcoreano. Eppure Shindong, oltre ad aver vinto diversi concorsi di danza e recitazione, è un comico e conduttore televisivo/radiofonico affermatissimo ed un rapper abbastanza dotato. Oltre ad essere un ballerino davvero molto capace, ovviamente. E pur non essendo un icona di bellezza, il ragazzo si è fatto valere per le sue capacità. Una cosa che ai sudcoreani è piaciuta molto, tant’è che Shindong è popolare almeno quanto i ragazzi più “in vista” dei Super Junior.

Ma Shindong è stato appunto una “mosca bianca”. Nonostante le case discografiche lo neghino, spesso e volentieri si ricorre anche alla chirurgia estetica per correggere alcuni “difettucci” delle star. Eclatante è il caso di Bom delle 2Ne1, una delle band più importanti del panorama musicale sudcoreano: seppur molto bella, durante il corso degli anni la ragazza è sicuramente ricorsa a diversi interventi di chirurgia estetica al naso e agli zigomi. Ma sembra che ai sudcoreani sia importato poco della cosa perché, da diverso tempo ormai, la chirurgia estetica è pratica assai comune in Corea del Sud. E questo potrebbe essere un problema.

L’opinione pubblica sudcoreana non bada molto alla “salute” dei suoi artisti. A loro non interessa se Bom si è rifatta il naso o se Shindong è dimagrito. Le fan più sfegatate (le cosiddette Sasaeng Fan, di cui parleremo dopo) sono di sicuro le più attente e quindi più critiche, ma stiamo comunque parlando di ragazzine in età adolescenziale. Il sudcoreano adulto non dà molto peso a questi gossip, e si limita solamente ad ascoltare la musica. Ma il target preferito delle case discografiche sono le ragazzine. E per accontentarle, gli artisti devono essere disposti a tutto. Anche a rifarsi il naso, se serve.

Quante boyband ci sono in Corea del Sud?

Noi occidentali abbiamo creato dei mostri: le boyband. Anche se in alcune di loro abbiamo ricavato in cambio dei pezzi da novanta come Justin Timberlake o Robbie Williams, da altre abbiamo solo ricevuto canzonette buone per dei revival anni novanta/duemila tra amici. In Corea del Sud, le boyband e le girlband sono invece una cosa ben più strutturata ed importante. A volte anche complicata da capire. Ma il fine è uno solo: uniti si vince, divisi si perde!

Assodato che per i fan sudcoreani la bellezza conta molto e che gli artisti devono incarnare dei ruoli ben precisi, mandare in pasto alla platea un bel ragazzo o una bella ragazza senza un’adeguata preparazione è pura follia. In una band, invece, ognuno riesce a sopperire alle mancanze dell’altro, e tutti crescono insieme.

Prendiamo come esempio i famosissimi BIGBANG, band sudcoreana tra le più affermate fuori dai confini sudcoreani. I BIGBANG sono cinque, ed ognuno di loro ha un ruolo ben definito. I cantanti più bravi sono sicuramente Taeyang e Daesung. Quest’ultimo, tra le altre cose, è uno dei pochi cantanti del paese a non far uso di playback, tanto è bravo. Però è il più “bruttino” del gruppo, anche se amatissimo dal pubblico sia come attore che come ballerino. Di contro, oltre a saper cantare molto bene, Taeyang è un ballerino hip-hop eccezionale. Ballerino come G-Dragon, rapper famosissimo che vanta collaborazioni illustri con Skrillex e Snoop Dogg. G-Dragon sopperisce bene alle mancanze dell’altro rapper della band, T.O.P., che è forse il ballerino più scarso dell’intero panorama musicale coreano. Ma T.O.P. è un rapper che darebbe filo da torcere anche a qualche collega americano, oltre che un ragazzo immagine molto popolare in Corea del Sud (e fuori). Ad unire tutti c’è Seungri che, oltre ad essere un ottimo ballerino, è anche un discreto cantante.

I gruppi sono la formula magica delle case discografiche sudcoreane, che possono usare le abilità di questi ragazzi per creare delle combinazioni vincenti. E più ragazzi (o ragazze) formano la boyband, più possibilità ci sono di sfruttarli in diverse iniziative commerciali.

Emblematico ed interessante è il caso degli EXO, band della SM Entertainment che è riuscita a sbarcare anche fuori i confini sudcoreani. Gli EXO erano ben dodici, e si dividevano in due formazioni: gli EXO-K e gli EXO-M. Gli EXO-K pubblicavano lavori in lingua coreana, mentre gli EXO-M ripubblicavano le stesse canzoni ma in lingua cinese. L’attenzione al mercato cinese e giapponese dei sudcoreani è sempre stato uno dei punti di forza del mercato discografico “Made in Seoul”, e gli EXO facevano (e fanno) parte di questo gioco in maniera molto attiva.

E non dimentichiamo mai che gli artisti più bravi spesso pubblicano lavori da solisti, e che questi vendono tanto quanto i lavori in gruppo. Tradotto: con un solo contratto, la casa discografica prende tutto!

La dura vita della popstar sudcoreana

Una delle primissime polemiche nate in contemporanea con l’espansione del pop coreano nel mondo è stata quella dei compensi agli artisti. Le case discografiche sudcoreane impongono a ragazzi e ragazze dei contratti di ferro che possono durare anche 15 anni. Certo, la casa discografica aiuta questi ragazzi in tutto e per tutto, ma una volta firmato non ci si può più tirare indietro. E spesso i compensi non sono adeguati allo stress quotidiano a cui sono sottoposti questi giovani artisti.

Molte volte ho cercato di quantificare quanto una popstar coreana guadagna in base al lavoro svolto, ma non sono mai riuscito a darmi una risposta. Ci sono troppi fattori da calcolare e troppi misteri relativi ai contratti che questi hanno firmato per poter avere una cifra verosimile su cui ragionare. Ma tra sessioni di danza e canto, allenamenti, diete, interventi di chirurgia estetica, corsi di recitazione, apparizioni in trasmissioni TV e K-Drama (equivalenti coreani dei J-Drama giapponesi, ovvero serie TV), incontri con i fan e via dicendo, sento di poter dire che le popstar coreane non guadagnano tanto quanto riescono a produrre con il proprio lavoro. E lavorano davvero tanto, fidatevi.

Ma la cosa che più mi spaventa è come facciano questi ragazzi a gestire i rapporti con le sopracitate “Sasaeng Fan”. Spiegare cosa sono le Sasaeng Fan in poche parole mi viene difficile, anche perché non riesco a trovare qualcosa che faccia da esempio per far capire meglio il fenomeno. Ma se vogliamo ridurlo ai minimi termini, le Sasaeng Fan sono delle fan sfegatate che farebbero di tutto per farsi notare dai propri beniamini. E quel “veramente di tutto” lo fanno, fidatevi. Anche intrufolarsi all’interno delle abitazioni degli artisti, rubare dalla spazzatura che questi lasciano in giro o altre cose di cui mi vergogno persino a parlare. E la cosa più assurda e che tutte queste Sasaeng Fan sono organizzate in gruppi dove, se non si rispettano determinate condizioni, le ragazze possono anche subire umiliazioni o vessazioni sia fisiche che psicologiche.

La lezione di Kim

Stando a quanto dichiarato dai media sudcoreani, Kim Jong-Hyun ha avvisato praticamente tutti i suoi familiari, amici e conoscenti del gesto che stava andando a compiere. Questi hanno provato disperatamente a fermarlo, ma ormai Kim era riuscito a togliersi la vita, andando ad allungare la lista del “Club dei 27” (listino atroce dove vengono menzionati tutti i grandi artisti morti a ventisette anni).

La Corea del Sud è uno dei paesi industrializzati con il più alto tasso di suicidi nel mondo. Non sono un antropologo, quindi non voglio lanciarmi in analisi sociologiche che non mi competono. Ma sapere questo e rileggere delle ultime ore di vita di Kim mi fa capire alcune cose.

Kim era sicuramente depresso e solo. Ma perché? Forse perché il successo, ottenuto con così tanti sacrifici e privazioni, gli è costato più di quanto lui avesse voluto? E perché nessuno si è accorto del malessere di questo ragazzo? Possibile che davvero nessuno sia stato in grado di decifrare qualche comportamento anomalo da parte di questo ragazzo?

Kim ha insegnato ai sudcoreani che anche un cantante famoso può soffrire di un male invisibile e terribile. Un male che la società sudcoreana ha il compito di curare ad ogni costo e con ogni mezzo possibile. Perché Kim non sarà il primo e né tantomeno l’ultimo ragazzo sudcoreano a suicidarsi.

E speriamo che le case discografiche sudcoreane capiscano che questi rimangano pur sempre dei ragazzi e delle ragazze come tutti gli altri, e non della merce da spremere fino all’osso. E se una cosa del genere l’ha capita anche la Disney, non vedo perché non debbano impararlo anche i sudcoreani. Ma questa è un’altra storia…

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2 Commenti

  1. Articolo molto interessante. Leggo da diversi anni del fenomeno K-Pop, più che altro perché ci sono tante fan anche in Italia, ma non ne sapevo effettivamente nulla, né conoscevo il ragazzo che si è ucciso. La cosa più inquietante sono queste Sasaeng Fan…
    Comunque, complimenti Francesco per la cura con cui hai approfondito!

  2. Davvero complimenti per l’articolo, da fan di Jonghyun ti ringrazio anche per aver diciamo “denunciato” le ingiustizie che questi ragazzi subiscono.

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