La Linea Verticale, l’altra recensione di un paziente-spettatore

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Mentre gran parte della platea televisiva, il sabato sera, si riversa nelle storie strappalacrime e generatrici di tweet a nastro di C’è Posta per Te, Raitre, da tre settimane, ha intrapreso una strada che alternativa è dire poco. Una strada su cui pochi, forse, avrebbero scommesso, ma che sta regalando al Servizio Pubblico soddisfazioni non solo in termini di ascolto, ma anche di commenti.

Per chi ancora non l’avesse capito, stiamo parlando de La Linea Verticale, la serie co-prodotta da Rai Fiction e da Wildside, firmata e diretta da Mattia Torre (uno degli autori di Boris) ed ispirata ad una vicenda che Torre ha vissuto sulla pelle.

La Linea Verticale, la trama

La Linea Verticale è il racconto di Luigi (Valerio Mastandrea), un 40enne la cui vita è apparentemente perfetta: sposato con Elena (Greta Scarano), padre di una bambina, in attesa del secondo figlio. Un giorno, scopre di avere un tumore.

La sua vita cambia radicalmente: il ricovero in ospedale è immediato. Luigi entra così in un mondo che prima aveva visto da lontano, conoscendo nuovi amici, come il compagno di stanza Amed (Babak Karimi) ed il ristoratore Marcello (Giorgio Tirabassi) e scoprendo che anche in corsia la vita, per quanto ben diversa rispetto a quella fuori dal nosocomio, vale la pena di essere vissuta.

Un racconto che si dipana lungo otto episodi della durata di circa venticinque minuti ciascuno, in forma dramedy: non mancano i momenti più commoventi, ma a risaltare è soprattutto il modo in cui Torre ha voluto raccontare il ricovero e la malattia, facendoci fare una risata, che diventa un inno di gioia verso la vita, anche quando ci mette di fronte a degli ostacoli.

La Linea Verticale, la parola al “paziente-spettatore”

La Linea Verticale ha ben presto ricevuto elogi dalla stampa e dal pubblico: un coro unanime di voci che ne hanno sottolineato la forza nel raccontare la malattia distinguendosi da altre storie simili e, soprattutto, senza risultare mai di cattivo gusto.

Ci siamo chiesti, allora, come parlare de La Linea Verticale senza ripetere quanto i colleghi della stampa hanno già scritto. Ci siamo chiesti quale punto di vista potesse essere ancora inedito e potesse regalarci un’altra opinione. Ecco, allora, che abbiamo deciso di chiedere a chi, come Torre, ha realmente vissuto l’esperienza della malattia sulla propria pelle e, quindi, più di altri ha percepito in modo differente il senso della serie.

Quella che segue è “un’altra recensione”, a firma di un “paziente-spettatore”, una persona che pochi anni fa si è ritrovata nella stessa situazione di Luigi e che ha visto ne La Linea Verticale un modo per ripercorrere, con maggiore distacco rispetto al passato, una parte della propria vita.

La scoperta

“Io sono contento di stare qui. Prima di ammalarmi mi ritenevo indistruttibile, ma se devo essere sincero la mia vita non girava bene. Se mi fossi ascoltato di più, avrei sentito che qualcosa non andava. La malattia è arrivata in maniera esplosiva, deflagrante, ha cambiato tutto, e anche se è difficile ammetterlo, ha cambiato tutto in meglio. Mi ha aperto gli occhi, la testa, il cuore. Ora ho nuovi desideri, voglio essere centrato, voglio stare in piedi e vivere in asse su una linea verticale. Non voglio avere paura, perché la paura ti mangia e non serve a niente. Voglio pagare le tasse con gioia perché un ospedale pubblico mi ha salvato la vita senza chiedermi nulla in cambio. Voglio guardarmi intorno e vivere tutto quello che è possibile con generosità e vitalità. Questo tumore mi ha salvato la vita, senza questo tumore sarei senz’altro morto”.

Lo racconta Luigi, il protagonista della serie, in uno dei suoi monologhi. Ma potrei tranquillamente averle dette io quelle parole. Anzi le ho dette, e più volte, negli ultimi due anni, da quando ho vinto la mia guerra contro il cancro, dopo 7 anni di battaglie estenuanti.

Avevo 32 anni quando mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin, un tumore maligno al sistema linfatico. Avevo una vita che sembrava perfetta, ma che a uno sguardo attento non lo era. E, quando meno me l’aspettavo, a rimescolare le carte è arrivata quella diagnosi nefasta.

Lì, proprio come accade a Luigi, ho pensato che sarei morta e l’ho immaginato anche io il mio funerale, in più di un’occasione. Scoprire di non essere stata l’unica mi ha fatto sorridere e al tempo stesso mi ha rasserenato. Perché di queste cose, quando stai combattendo la tua battaglia, non si parla: qualcuno potrebbe trovarlo di cattivo gusto, altri di malaugurio, altri ancora potrebbero prenderti per pazza.

Dopo la diagnosi e l’iniziale momento di smarrimento, proprio come Luigi, mi sono rimboccata le maniche e ho affrontato la malattia e le cure, scoprendo che c’era un mondo che non potevo nemmeno immaginare e che davanti a me si potevano aprire nuove possibilità, se solo avessi avuto la fortuna di vincere quella guerra.

Il rapporto medico-paziente

Prima, però, c’era una sfida da affrontare: quel microcosmo ospedaliero che La linea verticale ha saputo “dipingere” con mille colori e sfumature, senza tralasciare nessun aspetto, nemmeno quello più insignificante.

C’è prima di tutto il rapporto medico-paziente, una costante per chi vive questo genere di esperienze. Il paziente si trova fin da subito in una situazione di dipendenza psicologica dal dottore, perché è lui ad avere in mano la sua vita in quel momento. E, in mezzo alla giungla ospedaliera, trovare un medico come il professor Zamagna (Elia Schilton, ndr) è una vera fortuna. Sono pochi, quei medici, ma esistono e sanno infondere tanta speranza in pazienti che difficilmente ce l’hanno.

Gli inferimieri e gli altri pazienti


Ci sono poi gli infermieri, i veri capisaldi della struttura ospedaliera. Sono loro a fare da congiunzione tra i due mondi, separati e lontani, dei medici e dei pazienti. Sono loro, spesso, a rallegrare le giornate dei degenti, a rendere umano un luogo che la maggior parte delle volte non lo è.

E, ancora, ci sono i compagni di disavventura che si incontrano nei corridoi dell’ospedale, nelle sale d’attesa, nelle camere da dividere per periodi più o meno lunghi. La Linea Verticale mostra quali siano i rapporti indissolubili e importanti che si vengono a creare tra i pazienti che condividono quel tipo di percorso. Spesso, infatti, ci sono gli amici e i parenti ad accompagnare l’ammalato nella sua “avventura”, ma nessuno che possa comprendere fino in fondo cosa si provi in quella situazione. Gli altri pazienti, invece, sì. E nella moltitudine di storie, caratteri, peculiarità, la malattia porta tutti allo stesso livello, creando dei legami che vanno al di là della degenza ospedaliera e della malattia.

Un tabù infranto, senza estremizzazioni

“Quando ho saputo di avere un tumore, quando mi hanno dato quella notizia, sono morto all’istante. E poi da quel momento ogni minuto trascorso, ogni ora, giorno, mese è stato sorprendente e inaspettato, è stato un regalo, un dono, come un morto a cui si dice: puoi vivere ancora, non si sa quanto, ma puoi vivere ancora, basta fare un passo alla volta”.

Se per molti queste parole possono sembrare ridondanti, esagerate, troppo romanzate, per chi quelle emozioni le ha vissute sulla propria pelle sono vere, autentiche, incontrovertibili.

A La Linea Verticale, va riconosciuto il merito di raccontare un tabù come quello del cancro senza scadere in pietismi ed estremizzazioni. Qui c’è tutto quello che un ammalato si trova ad affrontare dopo la diagnosi, una volta che mette piede in un ospedale. E se a volte commuove, altre strappa più di una risata. Non c’è cinismo, in questo racconto, ma tanta ironia, quella che non manca neppure nella vita dei malati di cancro. Spesso, infatti, si immagina che una diagnosi devastante come quella di un tumore fermi la vita. Così non è. La vita prosegue, prende una nuova direzione, che non è sempre facile e neppure piacevole. Però se ci si impegna, se “ci si mette la testa”, si può scoprire che la vita può addirittura migliorare.

La Linea Verticale, quindi, racchiude in sé un mondo, quello degli ammalati, ma si rivolge anche ai sani. Mostra ai primi che non sono soli, e ai secondi che si può sopravvivere a un’esperienza devastante come quella del cancro, trovando della bellezza anche tra i corridoi di un ospedale. E ricorda a tutti che uno sguardo ironico può sempre salvarci dalle brutture della vita.

La Linea Verticale, cast artistico

Luigi: Valerio Mastandrea
Elena: Greta Scarano
Amed: Babak Karimi
Marcello: Giorgio Tirabassi
Padre Costa: Riccardo Calabresi
Dr. Barbieri: Ninni Bruschetta
Dr. Policari: Antonio Catania
Giusy: Cristina Pellegrino
Caposala: Alvia Reale
Peppe: Gianfelice Impastato
Dr. Rapisarda: Federico Pacifici
Prof. Zamagna: Elia Schilton

La Linea Verticale, cast tecnico

Regia: Mattia Torre
Soggetto e sceneggiatura: Mattia Torre
Direttore della fotografia: Vincenzo Napoletano
Supervisione al montaggio: Pietro Centomani
Montaggio: Ivo Semeraolo ed Antonella Tina
Musiche: Giuliano Taviani e Carmelo Travia
Scenografia: Arcangela Di Lorenzo
Costumi: Antonella Mancuso
Suono in presa diretta: Luigi Pollice
Casting: Gabriella Giannattasio
Organizzatore generale: Franco Rapa
Produttore esecutivo: Guido De Laurentis
Produttore Rai: Luigi Mariniello
Produttori Wildside: Lorenzo Mieli e Mario Gianani

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About Paolino 27 Articles
Bresciano, da sempre appassionato di piccolo schermo ed a suo agio nel vortice delle serie tv: datemi un episodio dei Simpson, fatemi rivedere il finale di Lost, divertitemi con The Big Bang Theory, regalatemi qualche mese di abbonamento a Netflix o Amazon e nessuno si farà male.

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