Il lavoro nelle elezioni politiche del 2018

Sul tema del lavoro, nella politica italiana recente, abbiamo sentito dire di tutto. Chi non ricorda il famigerato milione di posti di lavoro di Berlusconi?

Era il 1994. Silvio Berlusconi era impegnato nella sua prima, colossale campagna elettorale, iniziata il 26 gennaio 1994 con il videomessaggio della discesa in campo.

Insieme alla promessa di tagliare le tasse sotto l’aliquota del 33%, il leader di Forza Italia che si apprestava a vincere fece la sua boutade che senz’altro, da un punto di vista comunicativo, contribuì al suo successo elettorale.

Nel 2001, Berlusconi rilanciò ulteriormente (senza riferire i risultati della prima promessa, forte del fatto che il suo governo era durato solamente due anni e, come amava dire, non l’avevano lasciato lavorare)

Il lavoro e il “contratto con gli italiani” di Berlusconi

A Porta a Porta, la “terza Camera” del Parlamento italiano, quella televisiva, “presieduta” da Bruno Vespa, firmò il celeberrimo contratto con gli italiani.

Nel documento, al punto 4, si leggeva

«creazione di almeno 1 milione e mezzo di nuovi posti di lavoro».

500mila in più di quelli promessi nel 1994.

Berlusconi rispettò il contratto? Su Lavoce.info c’è la disamina di tutti i punti. La risposta, molto semplificata, è “no”. Ma una sentenza ha stabilito che il documento non ha alcun valore contrattuale. E chi si era preso la briga di querelare Berlusconi per non aver rispettato il contratto ha pure dovuto pagare le spese processuali.

Dati sul lavoro e sull’occupazione in Italia

Eppure almeni i posti di lavoro aumentarono, fra il 2001 e il 2006. Non di 1 milione e mezzo ma di 1 milione e 300mila unità. D’altra parte, però, erano aumentati anche negli anni precedenti.
Per capirci, anche fra il 1998 e il 2001 il numero ufficiale dei posti di lavoro era cresciuto. E di un milione di unità in tre anni (governava allora il centrosinistra, con un succedersi di Presidenti del Consiglio).

Come si fa, dunque, ad attribuire a questo o a quel governo le ragioni di un “successo”? Il milione di posti di lavoro è tornato spesso nelle parole delle politiche italiane, un po’ come il milione del Signor Bonaventura. Ne ha riparlato di recente anche Renzi, per dire, dicendo che entro la fine di questa legislatura ci sarà un milione di posti di lavoro.

E poi, la creazione di quei posti di lavoro è effettivamente un “successo” di questa o quella forza politica? o andrebbe, più correttamente, tarata rispetto alla tipologia di posti di lavoro, alle tutele dei lavoratori, alle retribuzioni e, più in generale, al contesto locale e internazionale? Ovviamente la risposta che vorremmo dare qui è proprio: va contestualizzato. È difficile attribuire cause dirette (senza considerare le concause) a una questione complessa come “il numero di posti di lavoro”

Ma proviamo ad andare oltre.

Che cosa manca nella politica italiana al dibattito sul lavoro?

Quel che manca, quasi completamente – se qualcuno dovesse averne contezza è pregato di scriverci e ne daremo puntualmente conto a nostra volta, come ha fatto Manuele Vannucci a proposito di Possibile –, dal dibattito politico è una visione sul lungo periodo.

Al di là delle parole già spese sulla politica e sui corpi sociali che dimenticano completamente il crescente “popolo delle partita IVA” – ci si perdoni, qui, la semplificazione e l’uso di questa dicitura che si è imposta più che altro a livello giornalistico – e le tutele a questo tipo di lavoratori cosiddetti “atipici”, nonostante siano almeno il 13% della forza lavoro in Italia (per scelta o per necessità), c’è un altro tema che sembra del tutto ignorato e che riguarda, appunto, il futuro.

Per approfondirlo sarebbe utile una lettura fortemente consigliata: Il futuro senza lavoro, di Michael Ford (*).

Esattamente come per la messa in sicurezza del territorio, anche sul lavoro – come su molti altri temi, va detto – quel che dovrebbe contraddistinguere il pensiero e l’azione di un politico è una visione d’insieme lungimirante. Sul tema del lavoro, per esempio, non si vede mai alcun tipo di intervento a proposito dell’automazione che “minaccia” posti di lavoro, nonostante la storia ci parli di un mondo di esuberi e di lavori che spariscono e che cambiano.

«L’idea che la tecnologiaun giorno», scrive Ford nel suo libro pubblicato in Italia da ilSaggiatore, «possa realmente trasformare il mercato del lavoro e costringerci a modificare in modo sostanziale sia il nostro sistema economica sia il contratto sociale rimane o del tutto misconosciuta o ai margini estremi del dibattito pubbico»

Eppure già negli anni ’60, negli Stati Uniti, storicamente pià capaci di questo tipo di considerazioni – poi molto spesso dimenticate – veniva prodotto un documento lungimirante dal titolo The Triple revolution.

Fra le tre rivoluzioni in corso, gli autori individuavano quella cibernetica. Detta così potrebbe sembrare un tema un po’ “futuristico”. Invece il documento è straordinariamente attuale. Secondo uno studio americano del 2013 il 47% dei posti di lavoro è suscettibile ad automazione.

L’idea che la produttività sarebbe cresciuta infinitamente facendo crescere anche gli introiti dei lavoratori è già leggenda, come dimostra, per esempio, questo grafico (rielaborato dai dati dell’U.S. Department of Labor, Bureau of Labor Statistics da Thecurrentmoment).

Anche i lavori dei colletti bianchi sono a rischio, non solo quelli che richiedono una scarsa specializzazione, come si credeva erroneamente un tempo.

Eppure non si vede, all’orizzonte, qualcuno che abbia le idee chiare sui profondi mutamenti che interesseranno il mondo del lavoro da qui ai prossimi vent’anni, per tenerci stretti. Già nel documento The Triple Revolution si leggeva la previsione che l’automazione avrebbe portato in poco tempo

«una produzione potenzialmente illimitata grazie a sistemi di macchine che richiederanno poca cooperazione da parte di esseri umani».

Fra i suggerimenti offerti dal comitato che aveva redatto il documento c’erano l’investimento sulla formazione e adirittura l’avvio di un processo che sarebbe poi collimato con l’introduzione di un reddito minimo garantito. Andrea Daniele Signorelli ha intervistato Michael Ford per La Stampa: è un utile approfondimento.

Ecco cosa manca completamente dal dibattito, anche se quest’ultimo tema è stato sollevato più volte di recente, a vario titolo e da vari soggetti ma non certo all’interno di un quadro così complesso e articolato. Di recente, Renzi ha addirittura rispolverato una vecchia idea che si chiama lavoro di cittadinanza (ne parla, per esempio, RaiNews24).

Questo per quanto riguarda la visione sul futuro, per non arrivare di nuovo a una situazione come quella delle “partite IVA” (o peggio) completamente impreparati. Ma il presente, be’, capire se su quello siamo messi bene o meno è cosa ardua.

Lavoro ed elezioni politiche 2018

Cosa si propone, invece? sul tema del lavoro nel mondo della politica italiana che si affaccia alle elezioni politiche? Ne daremo conto analizzando i vari programmi elettorali appena saranno disponibili.

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Lavoro, robot e reddito minimo garantito per Possibile

Un lettore, Manuele Vannucci, ci ha segnalato che il tema dell’automazione, dei robot e della necessità di contromisure è stato proposto da Pippo Civati all’incontro del 27 settembre 2017 di Bin Italia. Se ne può leggere un estratto sul sito ufficiale di Possibile.

Per Civati la soluzione è proprio arrivare a un progressivo reddito minimo garantito.

L’automazione è una realtà che stiamo totalmente sottovalutando. Secondo l’università di Oxford, entro vent’anni circa la metà dei lavori (di ogni tipo) sarà svolta da robot (a cui si aggiungono i parlamentari-robot nominati con l’Italicum, potremmo dire). Cosa faranno tutte le persone che verranno sostituite? Amazon decuplica i suoi dipendenti, certo. Ma il suo sistema spazza via la concorrenza e l’indotto, eliminando molti più posti di lavoro di quanti ne potrà mai creare. Siamo certi che tutto questo sarà recuperato in termini di ore lavorate (e retribuite) per altrettanti esseri umani? Non si sa. Ciò che si sa è che ci vorranno in ogni caso forti investimenti nell’istruzione e nella ricerca, se vorremo avere posti di lavoro inevitabilmente più qualificati di quanto non siano ora.

(*) Questo link rimanda al programma di affiliazione di Amazon. Significa che se compri il libro, a te non cambia nulla e una piccola percentuale della transazione viene riconosciuta a questo progetto editoriale. È un modo per sostenerci.

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