L’isola dei cani, l’animazione che i gatti non vogliono che voi guardiate

C’è un problemone a Megasaki: i cani non sono più ben accetti. Il sindaco Kobayashi sta portando avanti una campagna spietata contro di loro, adducendo motivazioni infondate ancorché proposte con pseudo-raziocinio, alle quali in fondo si potrebbe pure credere, non foss’altro per la foga ed il piglio nell’argomentare. Eppure non si nega che i cani siano stati per secoli i migliori amici dell’uomo, però niente: sembra tutta una congiura felina volta a disfarsi dell’altrettanto atavico nemico. È un aspetto che Wes Anderson non approfondisce mai davvero, però insomma, si capisce che a beneficiarne sono loro, i gatti, e gli uomini in qualche modo soggetti al loro fascino-potere.

Eccolo là, lo scomodo sotto testo politico: «voi critici… sempre fissati con ‘ste cose!». Beh, signori miei, qui si parla di pulizia razziale nell’accezione più vera del termine, ossia un’intera razza animale, stipata in quest’isoletta che non per niente si chiama Trash Island, lasciata morire di fare e malattia. Poi certo, siccome è Anderson, i toni sono altri, decisamente meno grevi e più scanzonati, non per questo cialtroneggianti. In fondo lo si sa da principio che Isle of Dogs è un’ode al Giappone, passando per quella che quantomeno può essere definita una simpatia per i cani.

Come sempre accade però nei film di Wes Anderson, ha poco senso concentrarsi sulla trama, interessato com’è alla procedura, non importa se si parla di sottomarini o di sfarzose strutture alberghiere. Si ha sempre questa sensazione dinanzi ai suoi film, di assistere ad una sequenza di scene elaborate di per sé, ciascuna costruita per essere quasi autosufficiente, quantunque ascritta ad un leitmotiv narrativo che poi alla fine contribuisce a fare il film. Ma davvero, se anche spezzettassimo L’isola dei cani e lo ingurgitassimo a spizzichi e bocconi, senza star lì a seguire un ordine preciso, insomma, siamo sicuri che perderemmo granché? Chi scrive non ne è così tanto sicuro.

Certo, vi è attenzione riposta in una delle componenti chiave del buon narratore, ovvero il rilascio delle informazioni, quella levetta invisibile che distribuisce notizie oppure le nega seguendo un principio di base. Anderson per esempio ricorre in più occasioni al flashback: L’isola dei cani è in tal senso un racconto ellittico dei più emblematici, classico esempio di «avanti e indietro» temporale, che però non è fine a sé stesso. Si tende a tacciare questo regista di eccessivo autocompiacimento, uno che, per dirla in parole povere, è tutto stile e poca sostanza. Ebbene, posto che andrebbero chiariti i significati che appioppiamo tanto a stile quanto a sostanza, quello di tornare indietro per poi ristabilire il presente narrativo in questo caso è più che un vezzo. Anzitutto lo è perché certe informazioni o le affidi a una voce fuoricampo, e bon, finisce lì; ma poi pure perché, se saputi gestire, questi salti fanno sorridere, “basta” avere tempismo ed un minimo di buon gusto, cose che evidentemente ad Anderson non mancano.

Lo stop-motion, come spesso accade, fa il resto. Pensate alla meravigliosa scena di sesso in Anomalisa: è una delle migliori di sempre proprio in virtù della tecnica attraverso cui è girata oppure funziona così a prescindere, e tra le due cose non c’è in fondo tutta questa gran relazione? La verità sta nel mezzo: se sai scrivere, e perciò tieni conto del mezzo che hai tra le mani, trai il massimo dal contenuto in rapporto alla tecnica; nei casi migliori, come per il film di Kaufmann, i due aspetti divengono inscindibili. Pur rischiando perciò di dire un’ovvietà, L’isola dei cani funziona perché è quella cosa lì e non potrebbe essere altrimenti. Anche qui, come per Anomalisa, vi è una verità di fondo, oserei dire un’autenticità, alle quali diversamente non ci si sarebbe potuto avvicinare.

Succede peraltro che lo stop-motion, più di altre tecniche d’animazione, tende ad amplificare, nel bene o nel male, la portata del doppiaggio: se di livello, tutto il film fa il salto; se scadente, hai voglia ad investire in pupazzi e fotografia. Siamo oltre il processo di antropomorfizzazione à la Disney: non ci sfugge per un attimo che quelli siano cani e che gli umani siano umani, ma la bravura nel saper gestire la prospettiva consente a noi spettatori di vivere questa vicenda come se noi stessi appartenessimo a nostra volta alla razza canina, più e meglio di come ci si sarebbe riusciti limitandosi a farci empatizzare con loro, la loro situazione.

Il resto va ricercato nelle piccole cose, nelle già citate scene per cui si adotta un registro specifico, fatto di un humor pacato, diretto. Che siano battute o che lo sketch operi per lo più a livello visivo, L’isola dei cani mantiene sempre quel tenore lì, consapevole e appassionato al contempo, nel senso che, pur non prendendosi mai sul serio, viceversa prende sul serio l’importanza del racconto, dunque coloro al quale è indirizzato: noi spettatori. Ho sempre trovato piuttosto fuori fuoco, laddove non del tutto ingenerosa, la critica, a dire il vero debole, secondo cui Anderson faccia film per sé stesso.

È evidente che certe cose a lui piacciano da morire e perciò ci si soffermi più che volentieri: il gusto della composizione ricercata, una certa inquadratura, i movimenti di macchina misuratissimi etc. Ma non è vero, e già prima di questo suo ultimo lavoro, che il tutto trovi la sua ragion d’essere in un non meglio precisato compiacimento estetico-contemplativo, quasi che a lui piaccia comporre quadri anziché mettere in scena situazioni e personaggi (che poi, anche quando, dove starebbe il problema?). Anche in questo caso, infatti, i suoi personaggi sono suoi, ossia attraversati da un misto di tenerezza e malinconia che forse non ci dirà granché sullo stato delle cose (sic) ma a cui è altresì agevole accostarsi, traendo anche qualcosa di buono al fine di quelle emozioni così tanto fraintese e inflazionate in questo periodo storico.

Quando il dodicenne Atari Kobayashi atterra con un velivolo pressoché di fortuna a Trash Island per cercare il suo cagnolo, la portata emotiva è già lì davanti ai nostri occhi, senza bisogno di scomodare righe e righe di dialogo: l’aereo a scoppio atterra come può in mezzo all’immondizia, mentre il ragazzino ha la faccia gonfia di lividi ed un bullone conficcato alla tempia. Dopo aver capito come mai Atari si trovi in quel posto, i cani del luogo si danno ad un rapido conciliabolo ed allora decidono di aiutarlo, non perché in fondo anche lui sia un povero disgraziato, ma perché noblesse oblige, e malati e spelacchiati per quanto si possa essere, tale nobiltà non ha da venire meno. No dico, solo solo nel breve spazio di questa scena personalmente trovo almeno due elementi comici forti ed uno che fa riflettere in maniera altrettanto efficace.

La ricerca del cane di Atari diventa quasi una forma di escapismo, un modo quindi per alienarsi da una realtà intollerabile per inseguirne una apparentemente impossibile. C’è un che di distopico, affascinante e repellente al contempo, come se Wes Anderson stavolta provasse a far convivere dentro lo stesso corpo l’anima di Ozu e quella di Carpenter, spolverando il tutto con un po’ di j-POP. Ma l’umorismo, quello no; quello rimane decisamente occidentale, quasi british verrebbe da dire. Ed allora si finisce col restare ammaliati da questo strano oggetto che mescola in maniera così azzardata ma non certo scriteriata tutti questi ingredienti, forte per i deboli e debole per i forti.

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