Ore 15:17 Attacco al treno, senza la patina ne risente Clint Eastwood

Torniamo per un attimo al 2016. Mancano pochi mesi alle elezioni americane più discusse di sempre, quelle che segneranno ufficialmente l’ascesa di Trump, tra complotti, Russiagate e chi più ne ha più ne metta. Clint Eastwood, noto repubblicano, fa il vago: a ‘sto giro potrebbe non votare il candidato del suo partito. Quale che sia la verità, in quel periodo di vigilia, in piena campagna elettorale, il nostro in più occasioni non mancò di esprimere la sua idea a riguardo: Chesley Sullenberger, gente come lui merita di stare alla Casa Bianca.

In quel periodo, va detto, si era anche in piena promozione dell’allora ultimo lavoro di Eastwood, Sully, incentrato per l’appunto sul pilota che nel gennaio del 2009 evitò una tragedia facendo “atterrare” un aereo passeggeri con a bordo 155 anime sul fiume Hudson. In quel caso ci si dovette arrendere all’evidenza: Eastwood riuscì a tirare fuori dal cilindro un film notevole basandosi praticamente su un evento di pochi minuti. Alternando la messa in scena di quel miracoloso ammaraggio con la ricostruzione a posteriori del processo volto a stabilire se quell’epilogo si potesse o meno evitare (in pratica la compagnia aerea per cui lavorava Sully non ci voleva rimettere un centesimo), questo lavoro rappresenta una prova notevole rispetto al fatto che il come abbia sempre la precedenza sul cosa; senza indulgere in misure stupefacenti, con il “solo” gusto del racconto, Eastwood portò a casa un risultato notevole, in linea col suo cinema, che solo una Academy evidentemente troppo risentita dall’attualità politica e sociale di quel periodo riuscì ad estromettere dalla seppure meritata corsa agli Oscar. C’est la vie.

Certo, l’elogio dell’uomo comune, il fatto che gli eroi possano e debbano essere persone normali, senza superpoteri e tute, risale a prima di Sully, senza star lì a citare film specifici, laddove già due dei suoi più noti, Million Dollar Baby e Gran Torino, in fondo ci parlano pure di questo. Non per niente il soggetto di Ore 15:17 Attacco al treno è di quelli perfetti per Eastwood, il quale, nel contesto di tre giovani che sventano un attacco terroristico armati solo qualche cazzotto e buona volontà, si trova senz’altro nel suo elemento. Anche stavolta, il tutto è imperniato su una vicenda che si è no dura dieci minuti o giù di lì; ed allora ci si fa il giro largo, partendo dall’infanzia di questi tre ragazzi, permettendo al regista di approntare un discorso più ampio.

Il film infatti è praticamente suddiviso in tre parti. La prima, il periodo che precede le medie: qui Spencer, Alek ed Anthony rinsaldano la loro amicizia per via della comune sorte, ossia quella di ragazzini la cui vivacità, come sovente accade, non viene capita da adulti e istituzioni, che infatti trattano questi ragazzini alla stregua di teppisti, senza risparmiare critiche punzecchianti ed inopportune all’indirizzo delle madri. Qui c’è l’Eastwood di sempre, quello senza peli sulla lingua, che dà alle nuove generazioni delle «mammolette», in questo caso scagliandosi anche contro un sistema, quello scolastico, che non sa fare discernimento nemmeno per sbaglio.

Si tratta infatti di un modo per puntare i riflettori sull’insufficienza di una cultura che si relaziona ai più piccoli come a degli impediti, e ad un certo punto non è chiaro chi di preciso s’intenda proteggere quando ci s’industria così tanto a “preservare” le generazioni più giovani. Un incipit interessante, sebbene già qui comincino ad emergere le prime crepe, che stanno essenzialmente in dei dialoghi oltremodo banali, ai quali a un certo punto si fa caso. Purtroppo. Alcuni, specie tra i critici più “intransigenti”, va detto, cominceranno già qui ad avvertire prurito un po’ dovunque, per via del fil rouge che lega un po’ tutto il film, ossia la fede cristiana del protagonista, Spencer, che a conti fatti gioca un ruolo determinante, oserei dire catalizzatore. Dall’altra parte, il presunto americanismo di Eastwood viene controbilanciato non certo da uno stupido ed altrettanto fine a stesso antiamericanismo ma che indirettamente risponde pure a questo tipo di critica; una risposta che si sostanzia in uscite del tipo «voi americani credete di essere sempre i soli salvatori», che è un po’ una concessione rispetto a come molti non americani vedono gli USA, verso cui però il regista di American Sniper non è tenerissimo, specie alla luce di certe evoluzioni culturali con cui evidentemente non intende conciliarsi. La beffa, se vogliamo, è che alla fine l’intento celebrativo si scopre malgrado le intenzioni, con quel carro che porta in giro i tre ragazzi tra le vie di Sacramento quasi fosse una processione religiosa.

Ad ogni buon conto, la zappa sui piedi arriva con la parte centrale, la più cospicua, quella in cui i tre viaggiano per l’Europa nel corso di quell’estate del 2015, quando con innegabile coraggio sventarono quella che poteva benissimo diventare una strage. È questa una parte in cui certe impressioni prendono prepotentemente corpo, a tal punto ogni aspetto risente di un approccio quasi amatoriale, se non altro approssimativo. Anche in quei casi in cui nel recente passato si faceva fatica a digerire certe prese di posizione impopolari da parte di Eastwood, era più o meno pacifica a chiunque la sua capacità nel proporre sempre un cinema classico come difficilmente se ne vedono, senza sbavature, “competente” verrebbe da dire, dalla confezione insomma impeccabile.

Tendo a credere che su questa scommessa Eastwood si sia arenato, ovvero nell’abbandonare la patina che contraddistingue, nel bene o nel male, le sue opere, a tutto vantaggio di un realismo su cui non riesce ad esercitare pieno controllo, per cui non sembrerebbe essere tagliato. Basta prendere un vlog a caso di uno dei tanti youtuber che si trovano: è raro che raccontino qualcosa che valga davvero la pena di essere raccontata, eppure molti di loro riescono a farlo comunque, con un piglio, o per meglio dire, un linguaggio, che avrà pure poco a che spartire col cinema nella quasi totalità dei casi, ma che nondimeno risulta funzionale al soggetto.

Non mi esporrei a tal punto da affermare che, venuta meno la confezione blasonata, Eastwood scompaia, perché, prima ancora che ingeneroso, sarebbe inesatto. Lo si vede a tratti, quando, sebbene con molta fatica, boccheggiando proprio, il regista riesce ad infilare qualche piccola nota giusta nell’ambito di un partito di sole note stonate o quasi; in particolare nella prima parte, quando la sua semplicità riesce a mettersi a servizio della storia ed allora un po’ ci si avvicina a questi ragazzini, mentre per tutto il resto del film ci passano davanti lasciandoci quasi indifferenti, il che è paradossale se si pensa che sono loro gli eroi di questa storia.

L’impressione è perciò che nella sua ode al già menzionato uomo comune Eastwood ecceda, oppure, al contrario, non faccia abbastanza. Il regista di American Sniper è uno che notoriamente non mette mano alle sceneggiature che sceglie di dirigere, ma lascia davvero perplessi come non ci si sia resi conto che quella di 15:17 fosse così debole, acerba, cosa peraltro preventivabile per un debutto come quello di Dorothy Blyskal. Meno per chi produce, per chi ha l’esperienza di una persona come Eastwood, chiamato qui a fare i salti mortali, mentre invece ci aggiunge pure del suo nel rendere questo progetto ancora meno incisivo. L’unico aspetto interessante di quest’esito deludente sta allora nel suo costringerci a teorizzare ancora di più, e meglio, sul perché troppo spesso storie che nel quotidiano ci colpiscono, distinguendosi per la loro atipicità, storie belle insomma, siano quelle che meno di altre si prestino poi ad essere “ridotte” al grande schermo. Insomma, quanto c’è di culturale in tutto questo? Quanto di ideologico? Se davvero 15:17 Attacco al treno riuscisse a riportare in alto nella lista tale questione allora non si potrebbe affatto dire che non ne sia valsa la pena. Diversamente…

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