Oscar 2018: i candidati al Miglior film straniero

In attesa del 4 marzo, giorno designato per l’assegnazione degli Oscar 2018, andiamo ad approfondire sui 5 film in lizza nella categoria Miglior film straniero.

Questa 90esima edizione degli Academy Awards vede una prima nomination per il Libano, mentre le altre nazioni in competizione hanno tutte già portato agli Oscar diversi film: Ungheria (10 nomination e 1 Oscar), Svezia (16 nomination e 3 Oscar), Russia (7 nomination e 1 Oscar) e Cile (2 nomination).

Prima del 1992 la Russia come Repubblica Sovietica Russa ha ricevuto altre 9 nomination all’Oscar e 3 statuette vinte per Guerra e pace (1969) Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure (1976) e Mosca non crede alle lacrime (1981).

Quando si tenne la prima cerimonia degli Oscar, il 16 maggio 1929, non esisteva una categoria separata per i film in lingua straniera. Tra il 1947 e il 1955, l’Academy ha assegnato premi speciali / onorari ai migliori film in lingua straniera usciti negli Stati Uniti. Questi premi tuttavia non furono distribuiti su base regolare (nessun premio fu assegnato nel 1953) e non furono competitivi poiché non ci furono candidati, ma semplicemente un film vincente all’anno. Solo nel 1956 venne designata una apposita categoria competitiva per i film non in lingua inglese, e da allora l’Oscar al Miglior film straniero viene assegnato con cadenza annuale.

A differenza degli altri Oscar, il premio per il Miglior film straniero non viene assegnato ad un individuo specifico. È accettato dal regista del film vincitore, ma è considerato un premio per il paese presentatore nel suo complesso. Nel corso degli anni, il premio per il Miglior film straniero e i suoi predecessori sono stati assegnati quasi esclusivamente a film europei: tra i 68 premi assegnati dall’Academy dal 1947 ai film in lingua straniera, 56 sono andati a film europei, 5 a film asiatici, 3 a film africani e 3 a film americani. Il regista Federico Fellini ha diretto quattro film vincitori del premio Oscar per il miglior film straniero, un record condiviso con Vittorio De Sica (se vengono presi in considerazione anche i premi speciali). Seguono a ruota lo svedese Ingmar Bergman con 3 Oscar su 3 nomination, e a parimerito con due Oscar a testa il giapponese Akira Kurosawa (3 nomination), il francese René Clément (1 nomination e due Oscar onorari) e l’iraniano Asghar Farhadi (2 nomination).

Il paese straniero più premiato è l’Italia, con 14 Oscar vinti, 3 premi speciali e 31 nomination, mentre la Francia è il paese straniero con il maggior numero di nomination (39 per 12 vittorie). Israele è il paese straniero con il maggior numero di nomination (10) senza vittorie, mentre il Portogallo ha il maggior numero di film proposti (30) senza alcuna nomination.

 

“Corpo e anima” di Ildikó Enyedi (Ungheria)

Corpo e anima (Testről és lélekről) è un dramma ungherese diretto dalla regista Ildikó Enyedi e vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino 2017.

Una storia d’amore insolita e anticonvenzionale ambientata nel mondo di tutti i giorni, basandosi sul dualismo di sonno e veglia, spirito e materia. Due persone introverse scoprono per puro caso di condividere lo stesso sogno ogni notte. Sono perplesse, incredule, un po’ spaventate. Benché inizialmente esitanti, accettano questa strana coincidenza, ricreando in pieno giorno ciò che accade nei loro sogni.

Corpo e anima è il quinto lungometraggio di fiction della regista Ildikó Enyedi vincitrice della Caméra d’Or a Cannes nel 1989 per My 20th Century e successivamente regista per The Magic Hunter (1994), Tamas and Juli (1997) e Simon The Magician (1999). La regista ha anche diretto episodi per la versione ungherese della serie HBO In Treatment.

Corpo e anima a Berlino oltre ad aver ricevuto l’Orso d’Oro per il miglior film è stato insignito anche del premio FIPRESCI e del Premio della giuria ecumenica.

 

“Una donna fantastica” di Sebastián Lelio (Cile)

Una donna fantastica (Una mujer fantástica) è un dramma cileno diretto Sebastián Lelio (Gloria) e vincitore dell’Orso d’argento per la Migliore Sceneggiatura al Festival di Berlino 2017 e candidato al Golden Globe per il Miglior film straniero.

Il film racconta la storia di Marina, una donna giovane e attraente, legata sentimentalmente ad un uomo di vent’anni più grande. La sua fragile felicità si interrompe la sera in cui Orlando, il suo grande amore, muore all’improvviso. È in quel momento che la sua natura transgender la metterà di fronte ai pregiudizi della società in cui vive. Marina è però una donna forte e coraggiosa e si batterà contro tutto e tutti per difendere la propria identità e i propri sentimenti.

Sebastián Lelio esordisce alla regia nel 2006 con La Sagrada Familia premiato al Festival di San Sebastian e insignito di numerosi premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Seguono Navidad (2009) scritto con il sostegno del Residence du Festival de Cannes e proiettato in anteprima nel 2009 alla Directors’s Fortnight; El Año del Tigre presentato nel 2011 al Festival di Locarno e Gloria acclamato a livello internazionale e premiato con l’Orso D’Argento per la migliore Attrice alla Berlinale 2013. Gloria ha rappresentato il Cile agli Oscar e ai Goya. Il National Board of Review lo ha inserito nella rosa dei cinque migliori film dell’anno ed è stato nominato agli Indipendent Spirit Award come Miglior Film Internazionale. Una donna fantastica è il quinto lungometraggio di Lelio.

Vedo “Una Donna Fantastica” come un film dallo splendore estetico, dal vigore narrativo, un film di tensione e sentimento. Politonale, multi sperimentale, multi emozionale. È un film che allo stesso tempo celebra e indaga il suo personaggio principale: Marina Vidal. Cosa vedranno gli spettatori quando vedranno Marina? Una donna, un uomo, o la somma di entrambi? Vedranno un essere umano che cambia continuamente sotto ai loro occhi, che fluisce, vibra, e modifica se stessa. Ciò che stanno vedendo non è esattamente quello che vedono, e questa condizione trasforma Marina in un vortice che trascina la fantasia e il desiderio dello spettatore, invitandolo ad esplorare i limiti della sua stessa empatia. Sebastian Lelio, regista

Sebastian Lelio è stato invitato a far parte dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ed ha recentemente girato il suo primo film in lingua inglese, Disobedience, con Rachel Weisz, Rachel McAdams e Alessandro Nivola.

 

“L’insulto” di Ziad Doueiri (Libano)

L’insulto (L’insulte) è il quarto film del regista libanese Ziad Doueiri (West Beirut, Lila dice, The Attack) che affronta la mancanza di diritti sul lavoro dei rifugiati in Libano partendo da un insulto di natura razzista che finisce in tribunale.

Un litigio nato da un banale incidente porta in tribunale Toni e Yasser. La semplice questione privata tra i due si trasforma in un conflitto di proporzioni incredibili, diventando a poco a poco un caso nazionale, un regolamento di conti tra culture e religioni diverse con colpi di scena inaspettati. Toni, infatti, è un libanese cristiano e Yasser un palestinese. Al processo, oltre agli avvocati e ai familiari, si schierano due fazioni opposte di un paese che riscopre in quell’occasione ferite mai curate e rivelazioni scioccanti, facendo riaffiorare così un passato che è sempre presente.

Il film ha vinto la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (Kamel El Basha) alla Mostra del cinema di Venezia 2017.

La premessa per il film era qualcosa che in effetti è accaduta a me molti anni fa a Beirut. Ebbi una discussione con un idraulico, una cosa molto banale, ma i temperamenti sono andati scaldandosi velocemente, e praticamente dissi le stesse parole che sono nel film. L’incidente avrebbe potuto anche essere irrilevante, ma non i sentimenti subcoscienti. Quando ti escono parole simili, è perché sono stati toccati sentimenti ed emozioni molto personali. Joëlle Touma, mia co-sceneggiatrice nel film, quel giorno era presente. Mi convinse ad andare da lui per chiedere scusa. Finii per andare dal suo capo a presentare le mie scuse. Quando il suo capo usò questa, e altre ragioni, per licenziare quell’uomo, presi immediatamente le sue difese. Successivamente mi resi conto che questo era del buon materiale per una sceneggiatura. Ziad Doueiri, regista

 

“Loveless” di Andrej Zvjagincev (Russia)

Loveless (Neljubov) è un dramma russo diretto da Andrey Zvyagintsev, Premio della Giuria al Festival di Cannes 2018 e candidato al Golden Globe per il Miglior film straniero.

Loveless racconta una Russia moderna in cui le persone sono in balia di forze implacabili, un mondo senza amore come un universo in cui i valori che danno un senso alla vita dell’uomo sono andati perduti, un luogo dove i bisogni primari per la sopravvivenza si sono trasformati in una richiesta, continua e senza fine, di potere, denaro, libertà sfrenata, affermazione sociale e autoaffermazione. Il film inizia con il ritratto di un matrimonio fallito arrivato all’ultimo terribile atto. Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com’è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C’è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.

Andrey Zvyagintsev ha avuto modo di farsi notare fin dalla sua prima comparsa sugli schermi internazionali nel 2003 con Il ritorno che gli valse il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia. Il suo film The Banishment vinse nel 2007 il Premio per la Migliore interpretazione maschile (al protagonista Konstantin Lavronenko) al Festival di Cannes e sempre a Cannes nel 2011, il suo film Elena conquistò il Premio della Giuria nella sezione Un Certain Regard.

Mi piacerebbe riuscire a tracciare delle linee di collegamento tra “Loveless” e il film di Ingmar Bergman “Scene da un matrimonio”, trasposto in un epoca diversa e recitato da altri personaggi: cittadini contemporanei, privi di qualsiasi forma di autocoscienza o dubbio, una coppia della classe media della Russia di oggi.Andrey Zvyagintsev, regista

 

“The Square” di Ruben Östlund (Svezia)

The Square è un dramma svedese del regista Ruben Östlund (Forza Maggiore) vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2017.

Protagonista del film è Christian, curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma, nonché padre amorevole di due bambine. Nel museo c’è grande fermento per il debutto di un’installazione chiamata “The Square”, che invita all’altruismo e alla condivisione, ma quando gli viene rubato il cellulare per strada, Christian reagisce in modo scomposto, innescando una serie di eventi che precipitano la sua vita rispettabile nel caos più completo.

Il cast del film include Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary e Daniel Hallberg.

Con il suo approccio satirico, The Square porta alle estreme conseguenze le peggiori tendenze dei nostri tempi, come il modo in cui i media ignorano le proprie responsabilità nell’amplificare i problemi di cui parlano. Nel film, i PR assunti dal museo sostengono che l’idea alla base dell’installazione “The Square” sia troppo “perbene” e nessuno sarebbe interessato: per spingere i giornalisti a scriverne occorre una controversia e il progetto secondo loro sembra mancare di un aspetto conflittuale. Anni fa, il codice etico della stampa avrebbe impedito a un giornale o a un’emittente televisiva di mostrare immagini scioccanti, di dubbia provenienza o manipolate. Ma da quando le spese e i posti di lavoro sono stati tagliati nella maggior parte delle testate e i giornalisti sono rimasti sopraffatti di lavoro, i media si sono affidati a un crescente sensazionalismo, diventato ormai la norma: finché una foto o un video hanno un contenuto esplosivo, non importa di quale contenuto si tratti e i social media ne rilanciano la diffusione in tutto il mondo. Ruben Östlund, regista

 

 

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