Oscar 2018: i più ecumenici da qualche edizione a questa parte

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2049 ahimè l’ho già dimenticato (e non c’ho messo molto, a dire il vero); tuttavia saluto l’Oscar a Roger Deakins, che non trovo affatto malvagio. Sì lo so, ci sarebbe quel discorso di premiare i film più meritevoli, ma intanto si tratta di un ottimo lavoro, e poi a certe cose chi ci crede più? Voglio dire, anche quando si fosse trattato (ma ne dubito) di un riconoscimento a compensazione, una sorta di risarcimento insomma, non ci vedrei comunque niente di male. Ogni anno sui premi tecnici si ripropone lo stesso dilemma, che poi non è tale se non per chi l’evento lo segue da casa. Perciò sì, viva il primo Oscar ad uno dei più grandi direttori della fotografia in circolazione.

Il resto era prevedibile, certo, ma un pelo meno di quanto fosse lecito supporre. La protesta è stata infatti relegata allo show in sé, senza intaccare più di tanto un Palmares che in fin dei conti ha potuto procedere grossomodo per i conti suoi. Dopo Spotlight e Moonlight non c’erano più luci evidentemente, e allora spazio ad un film che non ha granché da rivendicare, se non il solito inno alla diversità, che però a mio avviso resta tendenzialmente innocuo. Alludo a La forma dell’acqua dell’irresistibile, questo sì, Guillermo del Toro, che nel suo discorso però la stoccata la dà rievocando i tempi in cui un bambino messicano poteva a malapena sognare un epilogo del genere.

Ad ogni modo, a prescindere da gusti e preferenze, mi pare si sia trattato di un giudizio tutto sommato genuino: per un verso o per un altro, film come Chiamami col tuo nome, Get Out – Scappa e Lady Bird, che abbastanza hanno beneficiato lungo la corsa alla nottata di ieri del loro sottotesto o comunque dalle tematiche che dentro e fuori i rispettivi film emergono, ne sono usciti ridimensionati. Ridimensionati ma non sconfitti, s’intenda, perché se a Greta Gerwig alla fine la statuetta è stata negata del tutto, i primi due si sono aggiudicati gli Oscar per le sceneggiature.

Meno accesa, perciò più incerta, la battaglia per il Miglior Film Straniero. Personalmente ritengo Loveless il migliore del mazzo, ma non a tal punto da rendere assurdo qualunque altro esito, men che meno quello che ha visto trionfare Una mujer fantastica, più sensato rispetto a The Square, che alla vigilia sembrava essere quello con più chance. Si è fatto cenno al ridimensionamento poco sopra, ed allora va detto che a tale fenomeno va ascritta anche la serata di Tre Manifesti ad Ebbing, Missouri, che aveva praticamente sbancato ai Golden Globe, mentre i membri dell’Academy si sono limitati ad una più modesta ancorché prestigiosa doppietta di attori; dando alla McDormand l’opportunità di trasformare il suo discorso di ringraziamento in una sorta di flash mob, ovviamente a beneficio dell’altra metà del cielo, ossia le donne, con in più un gesto forte e d’indiscutibile impatto scenico come quello di posare la statuetta per terra.

Ancora Oscar tecnici per Christopher Nolan, ben tre, per Montaggio, Sonoro e… Montaggio Sonoro. Financo Il filo nascosto ha trovato spazio, tra i costumi, la qual cosa, non so, la trovo beffarda. Dunkirk ed il film di Anderson sono senz’altro i migliori, chi scrive non ha dubbi, ma si sapeva che al Dolby Theatre avrebbero più che altro presenziato. Anzi, alla fine non si è nemmeno trattato di mero presenzialismo. Non deve far specie il riconoscimento a Gary Oldman, anche a chi L’ora più buia proprio non riesce a farselo scendere: vi è andata bene che il film di Wright abbia vinto solo due Oscar  piuttosto (l’altro è per trucco e parrucco).

La Pixar, con Coco, si porta a casa l’ennesima vittoria, la seconda per Lee Unkrich dopo Toy Story 3, sebbene trovi generosa pure l’assegnazione della miglior canzone, che a mani basse doveva andare a Sufjan Stevens per il film di Guadagnino. Guadagnino, a proposito: fanno male quelli che, per quanto velatamente, c’hanno tifato contro. Voglio dire, se è per il film ok, ma in fondo ci conosciamo e, ammettiamolo… ai nostri occhi già il fatto che sia italiano tende a porlo sotto una diversa luce, se poi si pensa che qui da noi il regista nato a Palermo non ha mai attecchito, beh. Ad ogni modo, quanto detto per il suo film secondo me non si può applicare a lui, visto che per la Regia non correva nemmeno, e forse, date le condizioni, avrebbe dovuto, o se non altro potuto.

Snobbare questo Jonny Greenwood per dirigersi verso il più sicuro Desplat è proprio da Academy, il che non aggiusta la situazione ma almeno ce la raccontiamo così. Ora, non mi sarei mai aspettato che la Varda l’avesse fatta franca, per carità, ma in fondo chi in cuor suo non c’ha sperato? Visages Villages resterà a prescindere, con o senza il benestare di Hollywood, ai quali, secondo loro, dovremmo essere grati anche solo per aver concesso al documentario di concorrere. In chiusura, mi si permetta di menzionare un attore ed un film a mio parere ampiamente sottovalutati, ossia Willem Dafoe per The Florida Project: anche qui, il film di Baker resterà, Lady Bird, per dirne uno, non è mica detto.

1 Commento

  1. Diciamocela tutta: per Chiamami col tuo nome non c’è stata in Italia l’attesa spasmodica che c’era stata nel 1999 per la vita è bella di Benigni. Il comico toscano, allora, prima degli Oscar aveva mietuto un premio dopo l’altro nei vari festival mentre Guadagnino, al contrario, non aveva ricevuto alcun riconoscimento da nessuna parte.

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