Perché Sanremo non è solo Sanremo

La messa cantata più nazionalpopolare della storia della televisione e della musica in Italia, il Festival di Sanremo, ha il suo cast: lo scià Baglioni, conduttore e direttore artistico, ha fatto le sue scelte e gli appassionati del commento a caldo si sono già presi la briga di affilar tastiere e arrotare commenti arguti o presunti tali.

Scorrendo con calma la lista dei “big” in gara è evidente che l’unico oggetto che si possa in qualche modo definire novità per un pubblico mainstream come quello del Festival è rappresentata da Lo stato sociale.

«L’anno scorso siamo passati dal Festival come inviati de Le Iene. È stata la prima volta per noi. Ho visto un po’ che bel mondo di merda che è e non vedo l’ora di tornarci», dicevano solo a settembre a Linkiesta.

Accontentati!

Che sia un mondo un po’ strano – a volte anche di merda, sì – l’ho raccontato parecchie volte, per poi fare un compendio di dieci anni passati in riviera quando c’è gente che canta, per vomitare a mia volta fiumi di parole.

Tornano a sorpresa Elio e le Storie Tese, già vincitori o secondi annunciati, a provare a prendersi quella vittoria che doveva esser loro in una terra dei cachi che non sembra evolversi. Speriamo tornino un po’ meglio del solito, via. Perché le ultime prove discografiche giustificavano lo scioglimento annunciato anche a colpi di funerale social, con tanto di partner ad hoc.

Per il resto, sparisce l’ondata degli ex concorrenti di talent: resistono Annalisa e Noemi e poi approdano all’Ariston i The Kolors. Solo che quelli dall’animo rock devono devono riprendersi dall’assurda scelta di SKY: mandare in chiaro la puntata finale di X Factor ha con ogni probabilità ribaltato il pronostico annunciato, la vittoria dei Måneskin, esponendo il tenor Licitra al gusto medio (e mediocre) di un pubblico-da-casa che se deve scegliere fra qualcosa che somiglia vagamente all’internazionalità e qualcosa che invece affonda le proprie radici in quella “tradizione” italiota che poi ti tira fuori robe tipo Il Volo non ha dubbi e sceglie il già visto.

E se quelli dall’animo rock speravano di riprendersi con qualche colpo a sorpresa fra i big sanremesi, al netto di clamorosi sovvertimenti di pronostico che si potranno valutare solo in fase di preascolto. be’, sono stati subito ricacciati al loro posto.

Se i Pooh non ci sono più come entità a sé stante, ora però occupano ben due posti visto che duettano Fogli e Facchinetti e poi si presenta solista Canzian.

C’è Ornella Vanoni. Grandissima interprete della musica italiana (anni ’60), con Bungaro e Pacifico.
Torna a timbrare il cartellino Max Gazzé – che se non altro a Sanremo ha sempre portato un po’ d’aria fresca, ma per puro spirito d’iniziativa personale.

Luca Barbarossa il Festival l’ha vinto con la canzone “a sorpresa” Portami a ballare. Ritorna con Passame er sale. Finita la magia, figli che ti portano a ballare cresciuti, resta la monotonia? Probabile.

La calda voce blues di Mario Biondi dovrà strapparsi a forza dall’inglese per il canto italico.
E poi Ron, e la giovane vecchia coppia Ermal Meta-Fabrizio Moro.
Da Pechino Express al palco dell’Ariston il passo è breve e si riuniscono pure le Vibrazioni.
Renzo Rubino ha 29 anni ma già due partecipazioni al Festival all’attivo.
Ritorna persino Ruggeri, già due volte vincitore, ma con un gruppo, i Decibel (anche il gruppo già visto all’Ariston, negli anni ’80).
Infine. Diodato e Roy Paci che, se non altro, a Sanremo non c’erano mai stati ma non rappresentano certo il nuovo che avanza.

Questo Festival mi ricorda i giornali cartacei, che si ostinano a rimaner perfetti per il pubblico che avevano e a non provare a diventare perfetti per un pubblico che potrebbero avere.

È facile e anche un po’ banale dire che è un Festival che nasce vecchio.
Non si può negare che ci sia anche della ricercatezza in alcune scelte.

Ma la scena musicale italiana che non trova sbocchi nei canali mainstream è interessante e varia, molto più di quello che si vedrà sul palco dell’Ariston. C’è un mondo di amanti della musica, dei concerti, di una varietà musicale altra che ancora una volta non troverà la propria rappresentazione. Nel 2015 scrivevo una piccola, modesta proposta per rivisitare la formula del Festival. L’ho recuperata e la trovo ancora parzialmente valida, anche se magari cambierei un po’ di nomi.

Rispetto al Festival di Conti, progettato per funzionare a prescindere fin dal cast, questo Sanremo di Baglioni si presenta, comunque, con scelte precise e nette, meno ecumenico, con una sua identità. Un’identità che guarda al passato.

Siccome Sanremo non è solo Sanremo, il fatto che si continui a guardare al passato non è una bella notizia. La nostalgia piace a tutti, ma anche il presente non è così male.

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