Sanremo e la gentrification

Lo snobismo con il quale si affronta il mondo pop non ci fa bene e ci impedisce – a volte per scelta precisa, a volte per incapacità o mancanza di empatia – di guardare alla realtà che ci circonda: la filter bubble, spesso, ce la creiamo noi stessi. E della peggior specie: mentale! Grazie al Festival di Sanremo, per esempio, per la prima volta milioni di italiani hanno sentito parlare di gentrification.

L’episodio è da annali della storia della televisione, per tutto quel che sottende.

Il contesto è questo: è il Festival di Gianni Morandi. Il primo dei due, quello del 2011. Partecipano Belén Rodríguez (no, non è il Festival in cui si parlò più del tatuaggio-farfallina di Belén che di altro: quello era il 2012), Elisabetta Canalis, Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu. Il regista era, anche in quell’occasione, Duccio Forzano.

A Elisabetta Canalis fu affidato il compito, fra le altre cose, di intervistare Robert De Niro

De Niro, Canalis, Morandi: il video

L’intervista è uno dei tanti momenti imbarazzanti che il Festival ha regalato alla memoria di chi si occupa di televione e spettacolo e di chi segue il Festival come fenomeno di costume da analizzare e da capire.

Sul blog Doppiaggi Italioti c’è un’impietosa quanto veritiera trascrizione del dialogo a tre: Morandi che parla in italiano e quando può va in soccorso di Canalis. Canalis che tenta di fare l’interprete in inglese. De Niro che fa quel che può, che è comunque più di quanto possono fare le altre due persone sul palco in quel momento e in quel ruolo.

Canalisdze amazins dzing iz that you are not just Italian, you care a lot about… of your Italian origins. Even if you are even French, Irish, Dutch, German.
De NiroYes… true.
CanalisUai?
De NiroWhy do I… (?)
MorandiWhy you prefer Italian?
subito arriva in aiuto Morandi, togliendo dai pasticci la Canalis e il suo “Uai?”. Rileggendo la frase della Canalis si capisce perchè De Niro non avesse compreso che si trattasse di una domanda, manca l’intera costruzione grammaticale della forma interrogativa, il più classico degli errori.

Il momento della gentrification

Ad un certo punto arriviamo alla gemma di una situazione davvero imbarazzante. Giovanni Semi riporta la trascrizione nel suo nel saggio Gentrification. Tutte le città come Disneyland?

Un estratto da "Gentrification: Tutte le città come Disneyland?"

 

De Niro: «Yeah, now it’s different, it’s all being very gentrified… and opened up…»

Canalis: «Quindi lui dice che Little Italy era come un piccolo paesino italiano adesso… solo che oggi è totalmente cambiato… insomma è più aperto… [lieve imbarazzo]»

De Niro: «aperto…  gentrified, I don’t know how you say gentrified… gentri… very middle… you know… I don’t know, what’s the equivalent of gentrified…»

Canalis: «Gentrified… [si gira verso Morandi]»

Morandi: «Sì questo… io… sei tu che sei americana! [indicando elisabetta Canalis]»

Canalis: «Hai ragione, m’ha spiazzato»

Come scrive Semi,

«quella sera il pubblico italiano si imbatte in un concetto che per gli americani è parte del bagaglio lessicale comune: gentrificatiokn, ma che nel nostro parlar quotidiano non lo è affatto. Mentre Gianni Morandi si affretta a scaricare sulla malcapitata traduttrice-soubrette il marchio d’ignorante, poco cavallerescamente va detto, immagino molti spettatori chiedersi di cosa mai stesse parlando De Niro».

Generoso con il pubblico e con la sua attenzione a quel che viene detto, Semi centra però un punto: quel concetto arrivava per la prima volta in assoluto a una platea così vasta. La quarta serata di quel Festival fece una media di 12.857.000 telespettatori ed il 44,25% nella prima parte e 8.266.000 ed il 52,01% nella seconda. Quante possibilità ci sono che un concetto complesso come gentrificaiton arrivi a così tante persone? Nessuna.

Non spiegarlo, liquidarlo con un siparietto – che fra l’altro conferma il maschilismo del mondo dello spettacolo italico, dove la soubrette, come la chiama Semi, messa a disagio in una situazione in cui non è abituata a gestirsi e a gestire, viene poi fatta passare per la sciocchina che viene spiazzata e presa in giro («sei tu l’americana»).

La reazione dell’interprete di Che tempo che fa

Paolo Maria Noseda non la prese bene. E come avrebbe potuto? Noseda è l’interprete di Che tempo che fa. Come si legge su Varesenews, la reazione parte da una battuta, non felicissima a dire il vero, ma tutto sommato comprensibile: «Sto già cercando il suo vestito lungo con gli strass e delle platform tacco 12 per presentarmi così a Chetempochefa. Tanto, se una soubrette a Sanremo fa il mio mestiere, perchè mai non dovrei vestirmi io da soubrette?»

Poi Noseda amplia il concetto:

«Non ho alcuna intenzione di fare moralismi. E’ una splendida ragazza, è stata dotata da Dio: potrebbe fare la modella ed essere ben contenta così. Ma perchè mai dovrebbe cercare di fare il mio mestiere? Io ho lavorato con De Niro: è un signore intelligente, attento, ma che soprattutto conosce l’italiano. Quindi lui capiva quello che lei diceva, e secondo me l’avrebbe pure strozzata: perché si rendeva conto che la signora non stava traducendo le sue parole. Casi come questi sono la rovina della professione: al festival di Sanremo c’è una audience gigantesca, lì ci sono anche i nostri potenziali datori di lavoro, sentire un “collega” non all’altezza porta a pensare all’inutilità dell’interprete».

Come dargli torto?

Ma che cos’è la gentrification?

La verità è che Gentrification non ha una traduzione in italiano. Si chiama così. All’epoca forse non la conosceva nessuno. Possiamo definirla, facendoci aiutare ancora da Semi:

«Un insieme di trasformazioni delle città tali per cui l’area in cui essa avviene diventa più costosa e dunque esclusiva».

Il concetto vale la pena di essere approfondito, ma non è questa la sede.

Sanremo è Sanremo

Questa, invece, è la sede perfetta per dire che Sanremo rimane un fenomeno di grandissimo interesse per tutti, analisti e non. Si perdono enormi possibilità di divulgare concetti importanti pur di essere generalisti allo sfinimento, al punto da propagandare quasi solo cliché. A onor del vero non è sempre stato così, a Sanremo. Ma quando non lo è stato allora le parti politiche colpite si son risentite e non era più il Sanremo di tutti. Si può essere di tutti?

Non lo so più.

Forse oggi Sanremo è l’unico contenitore che possa ancora permettersi di essere generalista.

 

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