Slash al Rock The Castle: foto-report del Day 2, 6 Luglio 2019

Il secondo giorno del Rock The Castle 2019 è tutto dedicato all’hard rock, sconfinando spesso anche nel revival del glam rock anni ottanta.
La scomoda verità, riflettendoci, è che molti dei gruppi che sfileranno sul palco sono ‘mezze band’: l’ex cantante cantante di questi, il chitarrista degli altri, e così via. Alcuni son riusciti ad uscire dalla piacevole ombra della band che li ha resi famosi, altri la abbracciano al punto di suonare solo canzoni di 30 anni fa, altri hanno iniziato da poco ma, sì, ma la gente si aspetta principalmente gli inni storici. Va bene così? Evidentemente sì, perchè al cuore non si comanda, e quando senti una canzone con la quale sei cresciuto, la voglia di cantare e applaudire è irrefrenabile. E lo stesso vale quando senti una canzone nuova, ma scritta con la mano destra e con la testa, non con il pilota automatico.

La giornata parte con gli Even Flow, che forse avrebbero dovuto far cambio con i rocker Inglorious esibitisi il giorno prima: la proposta del gruppo italiano è sfumata verso il progressive, una musica più riflessiva e meno canticchiabile. Marco Pastorino, comunque, si mostra a suo agio anche con questa nuova band, e sa comportarsi da vero frontman.
Adempiuto il rituale di “rottura del ghiaccio” per il festival, si cambia subito marcia con gli FM, che partono con l’immortale “Black Magic”, perfetta per dei cori oooh-o-oooh-oh prima delle tre del pomeriggio. Il gruppo inglese, trentacinque anni di attività sulle spalle, ha una discreta collezione di canzoni che in molti conoscono senza nemmeno saperlo, canzoni passate mille volte in radio che ci si ritrova a cantare felici. Sul palco i musicisti si divertono, se la ridono fra loro, ed è un piacere vedere qualcuno che si gode il momento – lo spot in questo orario è veramente perfetto, per loro.
Richie Kotzen propone una musica decisamente meno diretta, ma il suo sguardo magnetico, e la capacità di scrivere pezzi intriganti (“Bad Situation”, ad esempio) convince tutti a seguirlo nel battere le mani (e poi direttamente ad applaudirlo) quando richiesto. La temperatura non sembra turbare la performance del trio, anche se Richie si lascia andare con un “Cazzo che caldo!” pronunciato in italiano perfetto. Anche la sua posizione in scaletta è pienamente centrata.

Sì, fa caldo, e prima di passare ad una sequenza di pezzi forti del festival, è bene fare un giro nella nuova “Area Relax”, che contiene delle panche coperte da ombrelloni, una serie di docce spray (una goduria piazzarci contro la faccia), e un punto di ricarica gratuita per cellulari. Sono passi importanti verso un concetto di festival musicale che “tratti bene” il fan, offrendogli qualche servizio gratuito in più. Come gratis è anche l’acqua potabile, anche se oggi, con il castello vicino al soldout, le code si sono fatte rilevanti davanti ai distributori (si parla comunque di cinque minuti al massimo, anche se a colpo d’occhio la fila umana sembrava incredbile).

L'area relax del Castello
L’area relax del Castello

Giunge l’ora di Sebastian Bach, da sempre amatissimo in Italia – un amore ricambiato, visto quanto spesso ricorda il concerto al Palatrussardi del 1989, a supporto dei Motley Crue. Ora, le orecchie e la razionalità ci dicono fin dalle prime note una realtà che è difficile accettare: Sebastian non ha proprio più voce per cantare. Riesce ancora nelle parti più urlate, e riesce anche a tenere una nota alta, ma quando si tratta di modulare la voce, la situazione è disastrosa. In questi casi, di solito si prendono musicisti bravi con i cori, ma qui il bassista sembra dover sputare un polmone ogni volta che apre bocca, ed in generale i cori sono fuori fase.
Questa, è la razionalità. Ma quando poi senti una pessima versione di 18 & Life, è impossibile non farsi venire la pelle d’oca e cantare a squarciagola – aiutando effettivamente Baz, visto che metà canzone la lascia al pubblico. Baz è così, carico di carisma e presenza scenica, si è preparato una serie infinita di discorsi e incitazioni in italiano (“Cantate bene!” “Bel canto!”), e tira fuori anche il colpo di scena del mettere mezzo metro di lingua in bocca alla moglie durante “I remember you”, vedendola ai lati del palco intenta a far foto. Forse dovremmo semplicemente essere grati di poterlo vedere su un palco, visto che leggendo la sua autobiografia gli eccessi hanno rischiato di portarlo via molti anni fa. E’ dura perdonare il massacro di alcuni classici (ah, comunque non ha suonato “solo” tutto il primo degli Skid Row), ma in un contesto di festival, la sua esibizione è arrivata al momento giusto.

La moglie di Baz, pochi istanti prima di ricevere mezzo metro di lingua in bocca.

Tocca poi ad un’altra icona del glam rock anni ottanta, altra “ex” voce di un’altra storica band – ma qui la storia è completamente diversa, essendo per Dee Snider giunto il momento di far riposare il suo vecchio gruppo, per proseguire pacificamente verso una carriera solista. Storia diversa anche riguardo a voce e fisico: a 64 anni, Snider è in forma smagliante, e non sbaglia una nota nè dei suoi pezzi nuovi, nè dei classici comunque imprescindibili (impossibile pensare ad un suo concerto senza “We’re not Gonna Take It” o “I wanna rock”). Al suo fianco ha un’ottima band, carica a molla e capace di stare su un palco: il risultato è un’ora di musica ad alto livello, con la piacevole conferma che alcune delle canzoni del nuovo disco “For the love of metal” rendono proprio bene.
Il pubblico reagisce molto bene, anche se non è chiaro perchè Dee abbia etichettato come “disabili” quelli che non cantavano – un passo falso del genere in America gli sarebbe costato il pubblico scorno…

A spezzare la tensione prima dell’headliner, ci sono i “giovanotti” della giornata: i Black Stone Cherry, che effettivamente sono insieme da soli 18 anni. Il gruppo porta una discreta serie di canzoni orecchiabili, e si parte veramente con il botto grazie a “Me and Mary Jane”, che conquista subito anche chi non aveva mai ascoltato prima il gruppo del Kentucky. I primi pezzi dimostrano come i BSC meritino il proprio posto nel bille del festival, anche se alla lunga il mix fra hard rock e southern blues rende tutto un po’ uguale, quando non si tratta dei singoli che hanno avuto il maggior successo. Ma che importa, quando c’è quel chitarrista caricato a molla chiamato Ben Wells, che passa il concerto a saltare, girare sul palco e maltrattare il suo strumento? Gli applausi sono meritati.

Dopo una apparizione sul palco del Dj Ringo (???), è tempo di Slash – o meglio, di Slash ft. Myles Kennedy & The Conspirators, visto che tutti gli elementi della band sono fondamentali per la perfetta riuscita del concerto. La formazione non solo è mega-rodata, ma soprattutto super-affiatata, nonostante gli anni trascorsi con le “band principali”, quelle cosine chiamate Guns N’Roses e Alter Bridge. Slash si diverte, Myles è direttamente estasiato: la sua performance ha un sorriso stampato in faccia per tutto il tempo, probabilmente gradisce la location all’interno di un castello. In scaletta, come ormai noto, ci sono quasi solo pezzi scritti da Slash come solista, per i GN’R c’è spazio solo per Nightrain (avrebbero almeno potuto cambiare cover, per il tour estivo!). A molti va bene così, basta vedere da vicino un’icona del rock accompagnata da una voce eccellente, e se lo scorso Marzo al Fabrique questo era stato un privilegio per pochi, oggi sono quasi in 9.000 ad applaudire la carriera di chi ha saputo rilanciarsi sul serio.

Rock The Castle 2019, giorno 2: le foto dei concerti

Even Flow – foto dal Rock The Castle

FM – foto dal Rock The Castle

Richie Kotzen – foto dal Rock The Castle

Sebastian Bach – foto dal Rock The Castle

Dee Snider – foto dal Rock The Castle

Black Stone Cherry- foto dal Rock The Castle

Slash ft. Myles Kennedy & The Conspirators – foto dal Rock The Castle

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