Slayer al Rock The Castle: foto-report del Day 3, 7 Luglio 2019

Kerry King Slayer rock the castle live 2019 - foto by Paolo Bianco

L’ultimo giorno del Rock The Castle 2019 è dedicato al metal più estremo: Tom Araya lo definisce ironicamente “divertimento per famiglie” (prima di War Ensemble), ma non ha tutti i torti, visto che all’interno del castello oggi si vede una quantità di bambini impressionante. Putroppo per motivi legali non si possono pubblicare foto di infanti, ma la bambina con il tutù nero e il ciuccio rosa rimarrà nei cuori di chi l’ha vista. E’ il segno che molti genitori, cresciuti con la musica giusta nel sangue, negli anni hanno compiuto l’unica scelta sensata, quella del metal. Le nuovissime generazioni cresceranno bene, anche se non abbiamo idea di cosa possa ascoltare chi nel 2030 compirà 15 anni, visto che molte delle band che hanno spaccato le chiappe oggi, probabilmente si saranno ritirate (o… forse no?).

La giornata si apre con due band italiane, Carved e Necrodeath. Non voglio accorparle nella recensione in quanto “band italiane” e scriverne due righe, ma le ho accoppiate perchè entrambe hanno capito che l’occasione di suonare ad un festival come il Rock The Castle può rivelarsi un momento importante, per il quale giocarsi un asso nella manica che faccia parlare di sè e lasci un ricordo anche extramusicale nei presenti. Insomma, hanno capito che non c’è niente di male se, oltre ad una musica solida, ci si presenta con effetti scenografici interessanti. I Carved hanno portato sul palco ben quattro coriste: normalmente il loro lavoro potrebbe essere svolto da semplici cori campionati, e invece ci si è voluti giocare il tutto e per tutto, attirando l’interesse della gente. Un piacere, poi, vedere che il cantante indossava una maglietta di Sea Sheperd e ha anche rotolato una bandiera arrivata sul palco. I Necrodeath non hanno sicuramente bisogno di “trucchetti” per farsi notare: anzi, una gran parte del pubblico presente nell’area concerti fin dalle prime ore del pomeriggio, li ha applauditi con vigore, rispettandone la potenza e l’importanza storica per il metal non solo italiano, ma anche mondiale. Eppure, anche loro hanno tirato fuori un colpo di scena, venendo raggiunti da un impressionante angelo della morte, tutto bodypaint e ali nere, per chiudere un set accolto con calore da tutti.

Anche Onslaught e Overkill hanno dei punti in comune, per i quali valgono praticamente le stesse parole in sede di recensione: sono band fondamentali per il thrash metal, non dimostrano l’età che hanno, e si sono mangiati il palco spaccando tutto con una grinta incredibile. “Recensire” un concerto thrash ha poco senso in questi casi, basterebbero un paio di bestemmie ben piazzate per far capire quanto ca**o sono stati bravi questi gruppi, chi c’era si sarà rotto il collo con l’headbanging e spaccato i timpani con il volume altissimo, e saprà di cosa stiamo parlando – gli altri possono solo immaginarselo. Parlando di frontmen, Sy Keeler si distingue per una maglietta di Mr. Pickles, un cartone animato per adulti con protagonita un cane satanista, mentre Bobby Blitz è sempre più patrimonio dell’umanità, con la sua voglia di mimare fisicamente tutti i testi di tutte le canzoni, e con il suo essere così old-school da apostrofare a più riprese in maniera sessista “don’t be a pussy” chiunque non stia pogando.

Nell’aria si inizia a respirare la tensione per l’esibizione di Phil Anselmo: sarà buona? Sarà una buffonata, visto che suonerà solo canzoni dei Pantera? Le magliette dei Pantera in mezzo al pubblico sembrano essere tante quante quelle degli Slayer, e facendo un giro cercando di contarle mi imbatto nel tizio con la capigliatura più super-bella di tutto il weekend – ma la foto che vedete qui sotto serve anche per sottolineare una cosa importante: la spinta “ecologista” del festival ha funzionato alla grande, visto che vietando plastica e lattine all’interno dell’area concerti, il prato è stato sostanzialmente pulito per tutto il tempo, senza cartacce o rifiuti buttati per terra. A fine serata, era quasi inutile far passare gli addetti alla pulizia, visto che tutti si son portati a casa il proprio bicchiere-ricordo. Un obiettivo impressionante, raggiunto al primo tentativo.

Capigliature fantastiche, e dove trovarle. Bonus: un prato verde e pulito.
Capigliature fantastiche, e dove trovarle. Bonus: un prato verde e pulito.

Ok, è ora di Phil Anselmo. Arriva sul palco la sua band, i suoi “illegals”, sufficientemente motivati nonostante nessuno li conosca. Poi arriva Lui. Non arriva urlando o saltando. Si mette dietro al microfono, chiude gli occhi e assapora le urla del pubblico. Anselmo Anselmo Anselmo! Vai Filippo! Anselmo! Ai lati del palco ci sono anche Kerry King e Gary Holt, quindi comprendiamo che il momento è veramente importante. Phil apre la bocca, e non canta subito: parla, chiede a tutti di fare casino fin dal primo momento in cui partirà la prima nota, che questo è un rituale collettivo e tutti devono fare la loro parte. Inizia Mouth for War: è il delirio. Vedere da vicino Anselmo che canta i Pantera è una cosa onestamente incredibile: sembra ringiovanito, ha tagliato i capelli come nel 1994, si può leggere il tatuaggio CFH sul lato della testa, e assume le stesse pose facciali e corporali dell’epoca. Anselmo è tornato ad incarnare i Pantera, e non importa se non ha più la voce di una volta, o se alcuni cori li fa cantare ad un pubblico assatanato. D’altronde, sul palco non potremo mai più vedere nessuno che faccia “Abbott” di cognome, questo è il massimo a cui possiamo puntare – ok, forse mettere su un supergruppo (con Kerry King, a breve disoccupato?) sarebbe ancora più figo, ma al momento è la cosa più vicina allo spirito dei Pantera che ci possa essere. Anselmo è evidentemente grato di questa possibilità che gli ha dato la vita, ha accettato che il suo passato è troppo grande per ignorarlo, ed è giusto così: viene domandato al pubblico chi non ha mai potuto vedere i Pantera dal vivo, e le mani alzate sembrano coprire il 90% dei presenti. Non sarà tutto come una volta, ma criticare non serve a niente, mentre le emozioni stanno a mille.
Nota di merito anche per i complimenti ai Necrodeath, band che Phil segue fin dagli inizi. L’orgoglio italiano è decuplicato.

Tutte le foto delle band sono nelle gallerie qui in fondo, ma Anselmo merita una foto solo sua.

Presi in questo turbine di emozioni, i Gojira rischierebbero di perdersi. A livello personale, li avevo visti all’Alcatraz nel 2008 e mi erano sembrati un po’ acerbi, poi li avevo visti in apertura per i Metallica nel 2012 con un mixaggio disastroso (concerto inqualificabile, in pratica), e al Sonisphere di Assago nel 2015, con suoni non all’altezza. Facile, quindi, sottovalutarli. E invece, i Gojira del 2019 sono un gruppo pienamente consapevole della propria potenza: partono col botto, creando un delirio enorme. Finalmente, dopo anni, li si può godere con suoni adeguati e volumi altissimi, e con una manciata di canzoni da veri paladini del metal. Sono il gruppo giusto da inserire in scaletta prima degli Slayer e dopo la serie di “vecchie glorie” del metal che abbiamo appena visto: è un modo per dire che c’è anche questo che si può ascoltare, se si vuole qualcosa di “nuovo”. Il concerto finisce con un lancio di coriandoli sul pubblico: scelta inaspettata, ma che fa felici tutti.

Infine, gli Slayer. Potrebbe valere la stessa cosa detta per gli altri gruppi thrash in scaletta: “recensirli” ha poco senso, perchè la loro importanza nel mondo del metal è più che confermata, e con un palco colossale e pieno di fiammate, lo spettacolo non può che essere imponente. Sì, hanno spaccato, non ci sarebbe altro da dire, se non che questo potrebbe essere l’ultimo concerto italiano della band, che si avvia verso il ritiro. A vederli così, sembrano carichi a mille e pronti ad altri dieci anni di concerti, con un Araya dalla voce perfetta, Kerry King che sembra una macchina, talmente sono chirurgici i suoi assoli, Gary Holt che finalmente si è preso i suoi ampi spazi sul palco e con gli assoli, e Bostaph che, ok, “fa il suo lavoro”. Come si può accettare di dire addio ad un gruppo messo così bene? Ma forse è meglio andarsene al top, lasciando solo buoni ricordi – il ricordo che fa piangere tutti, ovviamente, è quello di Tom Araya che dice in italiano “Mi mancherete”, poi dice “Ciao” facendo anche ciaociao con la manona.
Passa anche la forza di voler recensire il concerto su una scala di violente bestemmie di gioia, a vedere scene simili. Quasi ci si inumidiscono gli occhi, ma sicuramente è solo il sudore volato nel pogo.

Rock The Castle 2019, giorno 3: le foto dei concerti

Carved – foto dal Rock The Castle

Necrodeath – foto dal Rock The Castle

Onslaught – foto dal Rock The Castle

Overkill – foto dal Rock The Castle

Phil Anselmo & The Illegals – foto dal Rock The Castle

Gojira- foto dal Rock The Castle

Slayer – foto dal Rock The Castle

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