The Dirt, il film dei Motley Crue: parliamone fra amici…

Non credo ci sia un gran bisogno di “recensire” The Dirt, il film tratto dalla biografia dei Motley Crue.
E’ uscito Venerdì su Netflix, al quale siete verosimilmente già tutti abbonati, quindi non serve dirvi se spendere o meno i soldi del biglietto del cinema – è compreso nel prezzo dell’abbonamento! Potrebbe valer la pena consigliarlo (o meno), prima che investiate ben due ore della vostra vita nella visione del film. Ma seriamente, cosa avreste di meglio da fare, in due ore del weekend?

Parliamone quindi da amici – tanto probabilmente l’avrete già visto, e non c’è bisogno di commentarne intenzioni, fedeltà filologica al libro o perfezione storica. Nel caso abbiate bisogno di queste cose, ci sono gli articoli di Metalitalia o Sdangher, ai quali sicuramente si aggiungeranno dozzine di siti (e qualche rivista cartacea) che vorranno prendere più o meno seriamente il tutto.

Al termine di questa premessa, e dando appunto quasi per scontato che abbiate già visto The Dirt, partiamo dal segnalare le scene più forti, quelle che caratterizzano la trasposizione del libro.
Ammettetelo, non avreste mai immaginato che il film iniziasse esattamente come inizia il libro, non pensavate averebbero avuto il coraggio di sbattervi in faccia una scena di squirting colossale. Decisamente il regista Jeff Tremaine ha le palle, e ha avuto carta bianca su cosa mostrare e come mostrarlo – scene di sesso e droga non sono affatto censurate.
La scena di Ozzy che sniffa le formiche, invece, era attesissima, e non delude. L’arrivo in scena di Ozzy è epica, e tutta la sua sezione rimane memorabile tanto quanto quella del libro.
Rimane il problema che tutti questi sketch memorabili, sono infilati uno dietro l’altro, senza un collante emotivo che vada al di là di “guardateci come siamo ricchi, belli e drogati e facciamo scelte sbagliate, ma in fondo in fondo ci invidiate, anche quando ammazziamo uno per sbaglio”. Non è un caso, effettivamente, che il regista sia anche il tizio che ha inventato Jackass, una serie di film che accumulavano sketch senza una trama: quando si tratta di mettere in campo le cose più folli, Tremaine sembra saperla lunga (indubbiamente anche la crew di Jackass non si è mai risparmiata, su sesso e droghe).
Tornando alle scene sulle quali c’era più aspettativa, l’incidente automobilistico che provocò la morte di Razzle degli Hanoi Rocks era presente fin dal trailer, ed è carica di tensione. Vince Neil è al volante, ubriaco, e cazzeggia divertito con Razzle – se veramente le ultime parole del batterista furono spese per rispondere chi si sarebbe portato a letto fra due cantanti famose, l’essenza del glam rock è tutta lì.

L’incidente, e le sue conseguenze, segna una svolta nel film: da quel momento si parla dei lati negativi legati alla droga, si iniziano a vedere i momenti nelle cliniche di disintossicazione, arriva l’acqua al posto dell’alcool, arrivano i problemi per la band ma anche i problemi personali, che culminano con lo sbatterci in faccia la morte di una bambina (che, come attrice, sembra migliore dell’attore che interpreta suo padre!). La seconda parte, insomma, diventa un po’ didascalica, quel che ci si aspetta da una biopic qualunque dedicata ad una band qualunque, con le difficoltà da superare. Nel film, tra l’altro, le difficoltà vengono superate con un discorso veloce, e la storia finisce quasi bruscamente (al netto della didascalia “i Motley Crue suonarono insieme per altri 20 anni”).
Seconda parte poco soddisfacente, insomma, per la sua superficialità nel trattare i problemi legati al tour troppo lungo, alla ricaduta nel giro dell’alcolismo, e anche la velocità con cui questi problemi sono risolti. Decisamente meglio approfondire con la lettura del libro di The Dirt, che si è dilungato molto di più su questa fase della band.

Parlando di tecnica cinematografica, The Dirt adotta un punto narrativo multiplo, rompendo sempre più di frequente la quarta parete con lo spettatore: Tommy Lee si lamenta di quanto tempo sia dedicato nel film alla storia di Nikki da piccolo, e Mick spesso ferma l’azione per sottolineare come le cose non siano andate esattamente così, o per fare dei flash-forward su quel che accadrà dopo poco. E’ un buon metodo per rendere onore allo stile frammentato del libro, nel quale ogni membro dei Motley Crue dà la sua versione su certi avvenimenti.

Gli attori sono perfettamente calati nel ruolo, anche fisicamente, e ha molto senso la scelta di Iwan Rheon (già nel cast di Misfits e Game Of Thrones con ruoli di primo piano) come Mick Mars: sono sue le scene più drammatiche legate alla malattia e quindi serviva qualcuno che sappia recitare, e l’età è perfetta, con i suoi (veri) dieci anni più del resto del gruppo, come nella realtà. Inoltre, in molte scene Rhys con un solo sguardo fa capire che il ruolo di Mick Mars era quello di pensare “cazzo, ma io qui cosa ci faccio?”. Provateci voi, trentenni, a stare in giro con diciottenni tossici.

Durante i titoli di coda sono arditamente mostrate alcune scene dei veri Crue dell’epoca, paragonate alla recitazione nel film: l’effetto è perfetto, e tutti sembrano aver fatto i compiti su come interpretare al meglio la propria parte. Se solo il film fosse stato una mini-serie televisiva che approfondisse ogni parte della carriera descritta nel libro, sicuramente il risultato sarebbe stato più soddisfacente.
In generale, comunque, la visione scorre veloce e, se rimarrete delusi dal finale, potete sempre lanciarvi nella lettura del libro (in Italia è pubblicato da Tsunami Edizioni).

Il flusso di coscienza/non recensione di The Dirt finisce qui. Forse avete impiegato quasi quanto la visione del film stesso – mi sono un po’ lasciato andare. Ma ora attendo di sapere cosa ne pensate voi… scrivetelo qui sotto, o sulla pagina Facebook di MusicaMetal/AltroSpettacolo.

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