Tutti i soldi del mondo, parabola di mostri e artisti mostruosi

Kevin Spacey

Fossimo in tribunale staremmo lì a snocciolare date, fatti, testimonianze, senonché tutto ciò non ci riguarda. Chi ha un minimo di familiarità, o in generale bazzica la rete, si sarà senz’altro scontrato col particolare coming out di Kevin Spacey, infelice nei tempi e nei modi. Era fine ottobre e si era già in periodo di promozione del suo ultimo film, ovvero Tutti i soldi del mondo, incentrato sul rapimento del giovane Paul Getty III, nipote del blasonato e ricchissimo Jean Paul Getty.

Fece scalpore la pelosa indignazione di Hollywood, tra serie TV drasticamente interrotte, ma successivamente riesumate, e proclami volti a prendere le distanze da chi si è macchiato di certe nefandezze. Uno riguardo cui però è lecito pensare diversamente c’è e risponde al nome di Ridley Scott. Successivamente è infatti venuto fuori che lo Spacey invecchiato artificialmente per l’occasione a colpi di trucco e protesi non fosse la prima scelta del regista, il quale, invece, avrebbe più che volentieri virato a priori su un attore che anziano lo è per davvero, ossia Christopher Plummer.

Com’è come non è, lo scafato Scott coglie la palla al balzo: «avete ragione, Spacey va tolto… che ne pensate di quello che v’avevo proposto io all’inizio»? Sono bastate due settimane, a film oramai ultimato, per sostituire il controverso protagonista di House of Cards; e chi non ci credeva evidentemente sottovalutava sia la potenza di fuoco in certi contesti, sia la risolutezza entro i medesimi confini quando si tratta di dire o fare la cosa «giusta».

Va da sé che già il trailer riveduto evidenziava la bontà della scelta, a prescindere da come fosse maturata: Plummer appariva chiaramente più adeguato, «in parte», come si suole dire. Sta di fatto che la vera prova del nove, come sempre, è quella relativa al prodotto finito, ossia la visione del film. Quanto emerge a seguito di tale visione, va detto, è interessante. Sapete perché? Perché il vero elemento indovinato sta in quell’unica cosa che non era stata messa in conto, ossia che Getty fosse interpretato da Plummer. Ridimensionato, certo, da un doppiaggio che non fa sconti a nessuno, il navigato attore ne esce più che bene da un lavoro in cui quasi tutto funziona male.

Intervistato a metà dicembre da Vanity Fair, Scott si è detto convinto che Tutti i soldi del mondo sia un buon film, così come che il cambio in corsa abbia rappresentato la cosa più difficile che abbia mai fatto in vita sua; ma d’altra parte chi non regge lo stress farebbe bene a trovarsi un altro lavoro. Tuttavia una motivazione circostanziata in merito a questa esclusione di lusso a cose fatte non c’è davvero stata: è evidente che il motivo risieda nella condotta di Spacey a fronte delle denunce emerse, solo che nessuno si è preso la briga di andare un po’ più a fondo. Chi di dovere magari dirà che non c’era tempo.

Eppure a novembre, sulle pagine del Paris Review, è apparso un interessante pezzo, che tale è già dal titolo: «Cosa ne facciamo dell’Arte di uomini mostruosi?». Per amor di verità, va detto che l’autrice, Claire Dederer, ha in uggia il patriarcato, per usare un eufemismo, ed infatti l’articolo è infarcito di tutti quei «male» tipici di questo periodo, tesi ad innescare altrettanta insofferenza in quel lettore che sa essere l’uomo il vero problema dei nostri giorni. Ma val la pena passare oltre certe licenze, non lasciarsi coinvolgere dalla battaglia personale di chi scrive, andando nel merito del discorso, che è in buona parte sensato. Tanto che vi rimandiamo alla lettura di quello, ché qui rischieremmo di sconfinare.

In linea di massima, la Dederer ammette questo suo moralismo di fondo, che a tratti le impedirebbe di riconoscere il genio, o comunque di apprezzarlo a pieno: posso solo immaginare il dramma umano di chi cresce sessantottino per poi un giorno svegliarsi puritano… immagino non debba essere facile. Si arriva ad un punto in cui però si cerca di definire l’artista, offrirgli dei connotati, per quanto generici; ed allora ecco cosa viene fuori dal pezzo della Dereder:

Perché il portare a termine è quella parte che rende tale un artista. Un artista dev’essere abbastanza mostruoso non soltanto per cominciare il lavoro, ma per completarlo. E commettere tutte quelle piccole brutalità che ci stanno in mezzo.

Prendendo per buona questa sommaria sentenza, il rubizzo Scott non ne esce di certo benissimo: alla veneranda età di ottant’anni è ancora lì a macinare opere, accumulare film, anzi no, blockbuster, inveendo verso quelle major che affidano a dei “pivelli” budget esosi, mentre il processo dovrebbe essere di gran lunga più graduale. Sir Ridley Scott non si discute, non possiamo: gli sono bastati cinque anni, tre film, il secondo e il terzo in particolare, per entrare nell’Olimpo e restarci. Una posizione dalla quale nessuno può smuoverlo, men che meno la sua discutibile prolificità, che inevitabilmente lo porta ad alternare film buoni ad altri mediocri.

C’era una regola che però si era imposta fino ad ora, ossia che a quello buono seguiva quello meno buono, e viceversa. Per quest’anno sembrava avessimo dato, alla luce di un Covenant che tradisce la mancata chiarezza d’intenti alla base e che il nostro ha confermato successivamente, volendo di nuovo cambiare direzione rispetto a questo progetto parallelo ad Alien. Ed invece così non è stato. Nondimeno, c’è un’aggravante, ossia appunto che l’unico elemento che non era stato messo in conto, ossia Plummer, sia a conti fatti la cosa migliore di Tutti i soldi del mondo. Abbastanza, come qualche critico ha paventato, da salvare il film? No, questo no. No perché All The Money In The World (titolo tra i più beffardi di sempre) sarebbe rimasto il medesimo, goffo tentativo di dire qualcosa, qualunque cosa, su quell’avidità e quel potere entrambi dispiegati senza colpo ferire da chi questo film l’ha prodotto.

E torniamo a quanto si è lasciato a macerare allorché si è evocato l’articolo del Paris Review. Come dobbiamo regolarci col lavoro di questi «mostri»? La giustizia sommaria, tipica di un ambiente quintessenzialmente mediatico, finisce con l’informare finanche troppe dinamiche, con l’ovvio corollario di non sapere più a chi spetta fare cosa. Perciò Hollywood, che ha attraversato stagioni non edificanti come quelle del codice Hays prima e del maccartismo dopo, s’improvvisa fustigatrice implacabile, emettendo sentenze inappellabili che si spiegano solo entro la cornice di una stagione come quella in cui Trump è il nemico numero uno, il Male Assoluto rispetto al quale distinguersi sistematicamente. Questo significa essere irreprensibili, senza macchia; ma non basta. Si deve anche deprecare con ogni mezzo vizi ed errori altrui, stigmatizzando l’impuro, per cui, ça va sans dire, non v’è spazio nel tempio. Farisaismo tipico di certo puritanesimo, che eppure nella sua storia non sembra aver toccato vette simili.

Succede allora che l’unica cosa indovinata in un film che banalizza l’attaccamento dell’uomo alle cose, senza mai davvero affondare, sai mai lo spettatore possa essere spinto a ragionare troppo, finisca con l’essere quella che più di ogni altra manifesta i limiti a priori del progetto. Ecco, nell’ambito di un lavoro che non brilla nemmeno sul fronte del mero intrattenimento, la beffa sta nella pervasiva presenza del convitato di pietra, quello a cui si dovrebbe non pensare, mentre invece il sostituto si mostra così all’altezza da costringerci paradossalmente a farlo.

In fin dei conti l’arroganza di certa parte di Hollywood è quello che più ci piace dell’industria dorata, che se ne sia consapevoli o meno, anche perché parte integrante della sua grandezza. Senonché c’è qualcosa da tenerci rispetto alla parabola interna allo sviluppo di Tutti i soldi del mondo; un monito di cui tutti dovremmo fare tesoro, noi audience, così come coloro che stanno dall’altra parte della barricata. Capriccioso perciò era Getty, ma non meno di coloro che “eliminano” un attore semplicemente perché lo possono fare, come lui poteva fare. Dietro l’esito di un film c’è sempre molto più di abilità, competenza, nomi e soldi.

Urge chiarire di cosa parliamo quando parliamo di mostri: chi sono, cosa fanno, per quanto tempo, quante volte, perché etc. Necessita una casistica, un criterio stabile quantunque non definitivo, suscettibile di modifiche tese a renderlo a lungo andare più efficace, così da consentire di potersi orientare in questa selva in cui ci si trova tutto e il contrario di tutto. Per un ambiente che si è posto in aperto antagonismo rispetto a una parte del mondo, disporre di alcune sane linee guida non può che essere essenziale, diversamente sembra di trovarsi in quelle battaglie in cui per fronteggiare il nemico ci si arrabatta di volta in volta con quello che si ha a portata di mano, scena evidentemente grottesca.

Tutti i soldi del mondo può in tal senso rivelarsi tappa importante, o quantomeno significativa. Lasciarsi toccare da quanto implicitamente nonché involontariamente denuncia costituisce il primo, ineludibile passo verso l’acquisizione di quella consapevolezza che sta anzitutto limitando il cinema che si va sfornando da quelle parti. Come già accennato, si prenda l’ultimo film di Scott come monito, ma niente più di così. Anche perché, se ha ragione la Dereder, dovesse cambiare il vento e si cominciasse a prendere sul serio la sua definizione d’artista, secondo la quale colui/colei che per portare a termine dev’essere un mostro, cosa ce ne faremmo di tutta la filmografia di Scott, film buoni e meno buoni?

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