Viboras ai tempi del coronavirus: Irene e Sal ci raccontano la loro esperienza

I punk-rockers Viboras rappresentano al meglio la realtà underground italiana: nati nel 2003, hanno all’attivo una manciata di dischi (l’ultimo, “Bleed”, è uscito a metà 2019, seguito alla fine dell’anno da “Skeletons In The Closet”, un album di cover), pochi cambi nella lineup e tantissimi concerti, macinati ovunque nella Penisola e con frequenti date all’estero.
Come quasi tutte le realtà di questo calibro in Italia, i membri dei Viboras non campano grazie alla musica, eppure vivono DI musica – soprattutto dal vivo. Il lato live è fondamentale, e ovviamente da metà Febbraio è tutto fermo, a causa del Coronavirus.
Dopo aver sentito i Punkreas, abbiamo contattato Irene (cantante e chitarrista) e Sal (chitarrista solista), per sentire in che modo una band come i Viboras sta affrondando la crisi del settore musicale.

Ciao Irene, come va? Come stai trascorrendo questi giorni di clausura forzata?
“Ci stiamo dando molto da fare, stiamo lavorando al demo del nuovo disco, facciamo delle live su Facebook e stiamo mettendo su un progetto parallelo sempre a nome Viboras su cui per il momento teniamo la bocca cucita…diciamo che si tratta di qualcosa che resta in linea con le dirette che stiamo facendo in questo periodo.”

Andiamo all’inizio di tutto: i Viboras hanno iniziato il 2020 con una buona selezione di concerti in Gennaio, e dopo una breve pausa avreste dovuto ricominciare a fine Febbraio con un’altra sequenza di show in tutta Italia. Una settimana prima di riprendere il tour, alcuni locali iniziavano ad annullare le proprie date. Come avete vissuto quei giorni, quando alcune voci pessimiste iniziavano a girare, ma nessuno ci voleva credere e sembrava che sì, probabilmente si sarebbe comunque potuto suonare?
“Siamo rimasti onestamente increduli, ma si sapeva troppo poco e i risultati disastrosi per la salute e la sanità arrivavavano come bollettini di guerra quindi era il caso di prendere il respiro e stare a guardare. Considerazioni e critiche personali a parte, ciò che più ci ha sconvolto non è stato il momento di chiusura ma il disordine e la scarsa organizzazione nel proseguire con le misure di sicurezza e tutto ciò che hanno creato a livello informativo. Probabilmente anche se non avessero chiuso in modo drastico ma controllato e ragionato la stampa e la disinformazione in generale (vedi post allarmisti) avrebbero comunque fatto il gioco sporco per aggravare la situazione. Per farti capire, ancora prima che ci fossero previsioni di chiusura e le modalità della stessa alcuni locali e organizzatori avevano già messo tutto in forse. Non perché fossero dei codardi ma perché al rischio si è preferito fermarsi nella posizione in cui ci si trovava, non un passo avanti non uno in dietro e alla fine è ciò che abbiamo fatto tutti.”

A cascata, poi, giorno dopo giorno sono arrivati i blocchi per gli altri concerti. Cosa vuol dire, per una band come i Viboras, vedersi annullati questi eventi?
“Considera che avevamo “Bleed” in ristampa che all’epoca aveva sette mesi, avevamo appena ordinato la stampa su musicassetta di “Skeletons In The Closet” (l’album di cover uscito a natale 2019) e ci erano arrivate fresche fresche le t-shirt nuove, una serie di date a promozione fino e oltre settembre, chili di merch e una voglia sfrenata di stare in giro. E’ stata la morte di qualsiasi progetto potessimo avere, uno smarrimento impensabile (chi si sarebbe mai sognato una pandemia nella propria vita, sembrava più probaile un asteroide)! Perlomeno di primo impatto è stato così anche se poi successivamente sono nate altre cose che ci hanno fatto capire che resti una band anche in periodi difficili.”

C’è qualche occasione particolarmente figa che è saltata in queste settimane, e che sarà difficile recuperare?
“Stavamo chiudendo alcuni festival molto fighi, la data con gli Andead a cui tenevamo molto al Baraonda, il fine settimana tra Emilia Romagna e Lombardia che sarebbe culminato con una apertura alle Bad Cop Bad Cop. Ne abbiamo quante ne vuoi, però ci teniamo a dire che saranno solo difficili da recuperare ma non impossibili.”

C’è un motto che recita “In ogni crisi è nascosta un’opportunità” – tu pensi che ci sia qualche opportunità che possa nascere, da questo momento di crisi?
“Di opportunità ce ne saranno, l’importante sarà sfruttarle. Per noi la più importante è quella che tutti si torni a stare più uniti, collaborativi. Tutti noi ci siamo approcciati a questo genere ammirando oltre che la musica lo stile di vita e la collaborazione tra band ed etichette: band più famose che facevano ascoltare il demo di altre alle loro etichette, supporto attraverso le distro, le ospitate nei dischi e quel senso di comunità tipicamente punk. In Italia è durata poco ed è stata per pochi, oggi si potrebbe smettere di pensarla così e realizzare che la nostra formula non funziona, insomma a noi pare che la scena americana sia ancora li e che goda di ottima salute quindi se fai come loro magari ti va pure molto meglio di così.”

Viboras a Monza nel 2019: la distanza fra band e pubblico è (giustamente) nulla.

Alcuni musicisti hanno offerto dei mini-concerti “a porte chiuse” gratuiti in streaming, per ripagare i fan dei concerti saltati. La trovi una cosa utile?
“Suonare è sempre utile, per stare vicino a chi ti segue e continuare a fargli sapere che ci sei. Del resto i musicisti sono delle figure a cui non si chiede nulla se non di smettere di suonare. Noi da parte nostra abbiamo suonato per 41 giorni di seguito senza sosta, abbiamo autoprodotto due video clip, uno dei quali in multiband con Boogie Spiders, Zheros e Glory Hall per poi passare allo streaming. Ci siamo “inventati” il format Viboras and Friends dove invitiamo esponenti della scena tra musicisti, gestori di locali, webziner con cui passiamo un’ora di chiacchiere e musica due volte a settimana in streaming sulla nostra pagina FB. Tutto ciò fin dal primo giorno supporta la raccolta fondi “Rockers uniti contro il COVID-19” che abbiamo creato a favore del CESVI per la zona della bergamasca che al momento era la più colpita in Italia.”

Chi cerca di guardare al futuro della musica live, vede nella palla di cristallo i concerti in streaming a pagamento. Ti sembra una soluzione fattibile?
“Lo streaming in questi termini sarà possibile solo per le realtà di un certo livello, quelle che hanno fans sfegatati che per dare loro supporto non faticheranno a pagare le loro performance digitali e dove chi trasmette ha delle connessioni internet da paura. Per tutti gli altri sarà solo musica e probabili lag durante la trasmissione, quindi si potrà fare, ma le band piccole dovranno più che ingegnarsi magari partendo dallo stesso presupposto delle etichette indipendenti. Ti fai i tuoi live fatti al meglio possibile, non te ne stai da solo a farti i cazzi tuoi ma cerchi di far girare e includere altre band e magari ti fai la tua nicchia o qualcosa di più. Detto questo i live sono solo quelli su un palco con la gente sotto che sbraita con te, che si diverte e che dopo continuerà a fare festa, ricordando l’evento a lungo. Non crediamo che un live su uno schermo resti memorabile a livello personale.”

In realtà, il momento che aspettano i veri appassionati di musica sarà quello in cui potremo andare di persona ad un concerto, ovviamente. Ma tu come li immagini i primi concerti “in carne ed ossa” che, si spera, possano tornare a riempire i club del mondo in un futuro non troppo remoto?
“Sarà un’esplosione di energia, i festival dovranno aumentare i giorni di live e tutti quelli che lavorano agli spettacoli dal club ai grandi eventi farebbero bene a concepire gli afterhour fin da adesso, qualcosa tipo il Becky Bay del Bay Fest dove la gente possa andare avanti fino all’alba. Tutto commisurato all’evento stesso ovviamente, l’importante sarà capire che la gente a casa non ci vorrà andare!”

Molti dei concerti che suonate sono a strettissimo contatto con il pubblico, senza transenne e con un palco di poco rialzato rispetto a chi è venuto a vedervi. Temi che, dopo tutto questo macello, potrebbe insinuarsi in te una paura del contatto, della vicinanza con il pubblico?
“Al di là delle preoccupazioni della prima ora e alcune ansie noi non temiamo alcun tipo di contatto e non lo temeremo, siamo passati in molti posti marcissimi con cessi improbabili e il luogo in cui si mangia poco diverso dai cessi stessi, abbiamo suonato con gente sul palco più piena di una bottiglia di vino, e noi stessi (Sal soprattutto) non siamo i paladini dell’igiene. A parte gli scherzi non temiamo il contatto anzi ci serve altrimenti saremmo finiti.”

Lasciaci con un messaggio ottimista (se possibile!), mentre io ti ringrazio per il tempo che ci hai concesso.
“La frase andrà tutto bene è stata presa a calci dai complottisti e dai pessimisti sempre scontenti, non sarà magari subito così e magari non come ce lo aspettiamo ma non potrà che andare tutto per il verso giusto se ci diamo una mossa. Se poi qualcuno non ci vuole credere non tarderanno ad arrivare le conferme e se non bastassero nemmeno quelle lo inviteremo a farsi una birra con noi.”

Un piccolo bonus, per spiegare perché, fra le tante band underground Italiane, ho contattato i Viboras: intervistai Irene e Sal nel 2005 per Metal Shock, all’uscita del loro primo disco. Ecco un throwback di 15 anni fa!

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